Racconti dietro l'angolo
sabato 2 ottobre 2010
MASCHERE (CAPITOLO 1)
Venne l’estate, l’ultima estate da bambina , passata in Abruzzo. Lì ritrovò la libertà di uscire per le strade acciottolate, di sedersi con Wilma e Fiorella, le sue cugine, a ridacchiare e parlare sulle panchine di pietra.
Anche per loro era l’ultima estate, nonostante fossero coetanee presto avrebbero cominciato a lavorare. Ai loro occhi Anna era una privilegiata, viveva a Roma e sarebbe andata al liceo. Loro al massimo avrebbero potuto aspirare a fare le magistrali, il liceo si accompagnava alla parola Università, vocabolo da non associarsi a ragazzine di montagna. Fiorella e Wilma non conoscevano la solitudine di Anna, la immaginavano felice a spasso per Roma, a sospirare davanti alle vetrine del centro, o dentro ad un cinema con i suoi amici. E Anna questo lasciava credere. Da tempo si esercitava con la fantasia tenendo un diario, ma non un diario vero, il diario dei suoi sogni, delle sue speranze, raccontati come fatti avvenuti, una sceneggiatura immaginaria di una ragazzina che aveva 14 anni nel 1967 e che precorreva libertà ancora lontane da ottenere.
L’estate passò in fretta e con le vacanze finirono anche i pomeriggi al giro per il paese e le chiacchiere con gli amici. Il primo ottobre Anna cominciò la sua nuova vita al liceo. Aveva discusso con sua madre che l’aveva obbligata ad indossare la gonna a pieghe e i calzettoni bianchi.
Aveva sperato che allentasse un po’ il controllo, almeno con i vestiti. Arrivò a scuola con gli occhi rossi, aveva pianto dalla rabbia e dall’umiliazione di presentarsi a scuola vestita come una bambina, ma non c’era stato niente da fare. Per fortuna in classe non conosceva nessuno, cercò un banco libero e si sedette. Sperava, e al tempo stesso temeva, di restare da sola. La scuola non la preoccupava, se l’era sempre cavata alla grande sui libri, erano gli altri a farle paura. Paura di non riuscire a farsi accettare, di essere presa in giro per i suoi vestiti, per la sua famiglia modesta. Anche se in quel momento avrebbe voluto essere orfana.
Alzò il capo quando sentì aprire la porta, pronta ad alzarsi in piedi all’entrate del primo insegnante. Invece era solo una ritardataria, una biondina con una gonna più corta della sua di almeno 30 centimetri, che dopo essersi guardata intorno, puntò sul suo banco, per la verità l’unico rimasto libero. La biondina la squadrò e con un sorrisetto le disse “ Scusa ma ho sbagliato scuola? È il liceo Albertelli questo?” “Nessuno ti ha detto di sederti qui, se non ti piace” ribattè pronta Anna.
E questo fu l’inizio di una grande amicizia fra due ragazze che niente avevano in comune, all’infuori di tante pagine bianche su cui scrivere il loro futuro.
Sara godeva di una libertà inimmaginabile per Anna, libertà di vestirsi come le pareva, di uscire senza fare la domanda in carta bollata, domanda che spesso veniva rispedita al mittente.
Sara insegnò ad Anna a truccarsi, le portava i suoi vestiti ed il bagno della scuola divenne il camerino di una trasformazione. Piano piano Sara si fece accettare in casa di Anna, in questo caso era lei che si lavava il viso e metteva abiti sobri. I suoi genitori erano insegnanti e questo facilitò l’accettazione da parte della mamma di Anna che permise orari più elastici e uscite più frequenti. E quando si temeva un rifiuto, c’era sempre una ricerca da fare a casa di Sara.
Gli amici di Sara, ed ora anche di Anna, erano figli di professionisti, le famiglie giuste da frequentare, mica come i ragazzini che solo qualche mese prima giocavano nel cortile del palazzo.
Anna continuava a tenere il suo diario, ma ora aveva delle cose da raccontare e alle fantasie si stavano sostituendo le cronache vere di un’adolescente che aveva rotto la campana di vetro e stava scoprendo il mondo e i ragazzi.
Si stava avvicinando l’estate e quindi le vacanze in Abruzzo. Per la prima volta Anna non aveva poi così voglia di andarci, avrebbe dovuto indossare di nuovo gli abiti della brava ragazza, non ci sarebbe stata Sara ad aiutarla. I genitori dell’amica l’avevano invitata al mare con loro ma non c’era stato niente da fare, non aveva ottenuto il permesso e quindi non le restava che preparare le valige con le sue vecchie gonne a pieghe, per fortuna era cresciuta e non erano più così lunghe.
SUL FILO DI LANA
Un altro lavoro che ci veniva affidato era “fare i pacchi”, cioè dovevamo piegare le maglie in pacchi di venti, dieci per verso. Oppure tagliare l’etichette che poi venivano cucite con la macchina rammagliatrice. Poi preparavamo i sacchi per Ferruccio. “Ciuccio” era il cenciaiolo che veniva a ritirare gli scarti della lana. Il suo arrivo generava un misto di curiosità e timore. Aveva un braccio ed un moncherino che teneva coperto con una manica cucita all’estremità. Arrivava spingendo una bicicletta dove erano già appese le pelli di coniglio ed altri scarti. Con l’unico braccio che aveva caricava nella sua bicicletta i sacchi con i ritagli di lana e ripartiva.
Mentre crescevamo diventava sempre più interessante stare nel laboratorio dove lavoravano alcune ragazze del paese. Stare lì ad ascoltare le loro chiacchiere era diventato più affascinante che saltare negli scatoloni . Lavoravano a cottimo quindi non c’era molta severità, la radio era sempre sintonizzata su Radio Montecarlo e il cicaleccio continuo. Il lunedì era la giornata più piacevole perché c’era da ascoltare la cronaca del fine settimana passato a ballare. Proprio a due passi, nella Casa del Popolo, c’era una sala da ballo molto frequentata. Le donne non pagavano quindi ci andavano in molte e, come il miele, attiravano altrettanti mosconi paganti anche da paesi lontani (ed erano i maschi più ambiti). Addirittura dai paesi vicini organizzavano con dei furgoncini un servizio di taxi per le ragazze. La sala non aveva niente di speciale, era un grande locale rettangolare dove su un lato c’era un leggero rialzo dove si appostavano le mamme per controllare le figlie ed in fondo il palco con il complesso che suonava rigorosamente dal vivo. Credo che un’intera generazione della Val di Chiana si sia fidanzata in quella sala, sempre sotto gli occhi vigili delle mamme.
Se le ragazze avevano conosciuto qualcuno di interessante si capiva subito leggendo le sedie. Nel laboratorio c’erano delle sedie di vilpelle celestina dove la biro scorreva morbida sopra. Cuori trafitti con le iniziali erano la decorazione preferita, ma c’era anche chi osava scrivere un nome intero. Memorabile fu la cotta di Antonella per tale Gabriele, se vado a controllare dopo 40 anni credo di riuscire a trovare ancora qualche graffito. Per noi bambine sono state di sicuro un modello da imitare, ricordo che anche i miei gusti canori erano influenzati da loro. Non c’erano più i dischi che piacevano alla mamma da far suonare dal mangiadischi, ma la radio con Awanagana e le canzoni dei Nomadi e dei Pooh. Piano piano si fidanzarono tutte e divenne meno interessante stare nel laboratorio. O forse ero io che tra un filo di lana e l’altro ero cresciuta.
giovedì 2 settembre 2010
Il tonno sulla luna
Ed in sogno ho visto un tonno
Non era dentro un piatto in insalata
Ma in viaggio con la fidanzata
“Signor Tonno dove sei stato?”
curiosa gli ho domandato
“Tutto il mondo ho girato
Ma la pace non ho trovato
La terra mi sta stretta
E vado sulla luna in bicicletta.
Avete fatto troppi casini
E non c’è pace manco per i bambini.
Sulla terra vi sbranate
E poi il mare ci inquinate
Ho aspettato una nuova arca
Ma tra i rifiuti non passa una barca
Non mi resta che tentare
In tutta fretta di allunare!”
domenica 7 marzo 2010
L'abbigliamento del fochista
Il porto era affollato in quella tiepida mattina di primavera. Gli scaricatori si muovevano freneticamente dalla banchina alla nave, passandosi bauli carichi di una vita. La vita di chi fuggiva da qualcuno o da qualcosa, la vita misera di chi andava incontro alla speranza, quella di chi cercava nel nuovo mondo occasioni vergini di speculazioni.
Molti erano già saliti sulla nave e si sbracciavano sporgendosi dalla balaustra, cercando con lo sguardo per l’ultima volta un volto conosciuto tra chi era ancora sulla banchina del porto. Sventolavano cappelli e fazzoletti, come a scacciare il timore dell’ ignoto, fastidiosa mosca che ronzava loro intorno dal momento in cui avevano deciso la partenza. Altri erano ancora sulla panchina, il viso salato dalle lacrime di arrivederci che sapevano tanto di un addio. Non erano molti coloro che avevano affrontato il disagevole viaggio fino a Genova per accompagnare i famigliari che partivano verso le Americhe.
- “Mamma, questa volta non torno”
Il giovane teneva gli occhi bassi, puntati sulle scarpe nuove, un regalo di suo zio calzolaio al paese. Stonavano le scarpe di cuoio alte, ancora senza un graffio, con il resto dell’abbigliamento. I pantaloni verdi erano stinti e rattoppati, legati sotto il ginocchio. Anche la camicia aveva visto tempi migliori e i quadrettoni scoloriti erano coperti da un altrettanto misero giacchetto marrone dai bottoni scompagnati. Sopra la testa rasata un berretto nero, lo accompagnava in ogni viaggio. “Quello che para il freddo para anche il caldo”. Una strana cintura cucita in casa, fermava i pantaloni e nascondeva i risparmi.
Altri viaggiatori, poveri quanto lui, per il viaggio avevano tirato fuori dalla canfora il vestito della festa che magari era stato l’abito da sposo e forse sarà anche quello del proprio funerale.
Antonio non possedeva un vestito buono, poi lui durante il viaggio avrebbe dovuto lavorare. Ma quello sarebbe stato l’ultimo viaggio nella pancia della nave. E se un giorno fosse tornato non sarebbe stato per lavorare nella caldaia , ma di sopra, in una cabina sul ponte da dove avrebbe visto il cielo e il mare. Non voleva più passare giorni e notti nell’afa irrespirabile delle caldaie e le poche ore di riposo nell’umido della cabina che divideva con gli altri operai, tra il tanfo degli odori umani e lo scorrazzare dei topi. Che poi non aveva mai capito da dove arrivassero in una nave. Era stanco di passare giorno dopo giorno sotto il livello del mare, senza vedere l’aria, annerito dentro e fuori dal fumo del carbone che bruciava senza sosta.
Non riusciva a guardare la piccola donna vestita di nero in un lutto infinito, che aveva rallevato da sola lui e i suoi fratelli con la forza della sue braccia e del suo cuore.
Ora che nessuno di loro aveva più bisogno di lei e la stanchezza di una vita la stava prendendo, restava sola. Se ne erano andati tutti i suoi figli, chi in città a fare l’operaio, chi a lavorare uno straccio di terra del marito dove non c’era posto per lei. Il più grande, Armando, era rimasto sepolto in una miniera e non avevano nemmeno ritrovato il corpo per poterlo piangere. Antonio era il più giovane, erano due anni che lavorava come fochista sulle navi che attraversavano l’Atlantico. Prima le piaceva pensare che Armando tirasse fuori il carbone per Antonio che lo scaraventava a palate nelle caldaie fumanti della nave. Ora pensava che Armando se l’era preso la terra e che Antonio se lo sarebbe preso il mare.
Il pensiero che sarebbe stata l’ultima traversata placava il presagio ma sapeva che quello era comunque un addio eterno. Non l’avrebbe visto più questo suo figlio così bello e forte di cui andava così orgogliosa. Avrebbe voluto mandarlo a scuola, era bravo lui con i numeri e le lettere. Per un paio di anni lo aveva fatto, ma poi c’era stato bisogno anche del suo di lavoro. Gli altri fratelli più grandi si erano rivoltati contro la madre, se Antonio perdeva tempo a scuola perchè loro dovevano lavorare? E il piccolo Antonio non era più tornato a scuola.
Ora se lo sarebbe preso un’altra donna aldilà di questo mare immenso. Una donna di una razza diversa. Antonio le aveva raccontato che in America c’erano donne con la pelle nera come la pece e donne bianche come il latte. Donne diverse dalle sue sorelle e dalle donne del paese. Una di queste un giorno lo avrebbe stretto un attimo di troppo tra le sue gambe e lui non sarebbe tornato. I suoi figli non avrebbero visto il colore del grano maturo, corso dietro alle lucciole le notti d’estate, rubato l’uva matura dai filari del padrone. Non avrebbero ascoltato le ninne nanne nel suo dialetto ma avrebbero parlato una lingua sconosciuta. Ma forse i suoi figli avrebbero avuto le scarpe ai piedi e la pancia piena tutti i giorni e sarebbero potuti andare a scuola, senza camminare per un ora nel fango.
Le sue mani callose strinsero quelle altrettanto dure di Antonio, ingollò le lacrime in gola – “Buona fortuna figlio mio”.
sabato 14 febbraio 2009
Riflessioni sul diritto alla morte e alla vita.

Ho sempre pensato che la vita vada vissuta con coraggio e determinazione ma fino a quando è vita, fino a quando c'è una speranza e non viene meno la dignità di una persona. E' una convinzione che mi accompagna da quando "ho la ragione", convinzione rafforzata dalla malattia di mia madre, malattia vissuta con coraggio ed una forza da leoni fino a quando c'è stata speranza.Quando è venuta meno la speranza, si è arresa.
Sono anche convinta che chi si suicida non è detto che sia fuori di testa. Ha solamente realizzato che i contro sono più dei pro ed esercitato il suo diritto alla morte.
Forse per questo o forse perchè la libertà è un principio inscindibile dalla mia persona, mi ha preso così tanto la vicenda di Eluana. Mi ha preso emotivamente legandomi con un doppio filo di solidarietà nei confronti di questa ragazza e di suo padre, un uomo che ammiro per il coraggio con cui ha lottato per il suo sacrosanto diritto. Il diritto di far rispettare la volontà di sua figlia, e non il diritto di "liberarsene" perchè scomoda come ha insinuato qualched'uno. E sopratutto perchè non l'ha fatto solo per lei ma anche per tutti quelli che hanno un concetto diverso di "vita" da quello di coloro che in questi giorni sono saliti in cattedra a fare i moralisti. Per Beppino Englaro forse sarebbe stato più semplice portarsi a casa sua figlia ed aspettare che in pochi giorni se ne andasse, invece ha creduto in questo stato, ha creduto che la legge fosse dalla sua parte. Ci sono voluti anni ma effettivamente poi è stato così se non che si sono intromessi la chiesa, la politica e tutti quelli che avevano bisogno di salire in cattedra ad insegnare, anzi ad imporre la loro morale.Forse non è giusto riportare questo fatto perchè la signora Lario ha esercito un suo diritto garantito dalla legge. Lo sapevate che la moglie di Berlusconi ha fatto un aborto terapeutico (il bambino non era sano) a gravidanza più che inoltrata? Ed ora è salito in cattedra a fare la morale a noi, gente senza cristo. La morale che ha fatto scaturire una legge che suggerisce ai medici di denunciare i clandestini che vanno in ospedale. Ho sentito con le mie orecchie cattolici osservanti di fronte all'ennesima carretta del mare fare il tifo...per il mare, perchè se li inghiottisse. Ma forse quelle sono vite di serie B, da non tutelare, potrebbero inquinare la nostra "Cultura". Ma sono questi gli insegnamenti di Cristo? forse mi è sfuggito qualcosa.Ci scandalizziamo dell'intrasigenza dei talebani ma chi abbimo sentito in questi giorni se non talebani chiusi nelle loro convinzioni? Anche la chiesa ortodossa ( ma ortodosso non voleva dire strettamente osservante?) si è scostata dall'affermazioni del nostro clero. Ora io comprendo le posizioni di tutti e non vorrei assolutamente che chi desidera vivere anche grazie a strumenti sofisticati o alimentato da un sondino in uno stato vegetativo non gli sia permesso. Assolutamente uno stato civile deve garantire questa possibilità ma certamente deve garantire anche a me che non lo voglio, di porre fine alla mia vita. Invece si sta varando una legge (non c'è più nemmeno Marino a fare un po' di battaglia per la pace di noi gente di sinistra) dove verremmo alimentati coattamente, potremo rifiutare le cure attraverso un testamento biologico pensato con dei cavilli assurdi (da rinnovare ogni 3 anni fatto davanti un notaio e se non ho capito male convalidato dal proprio medico) ma non potremmo rifiutare l'alimentazione farmaceutica. Si, farmaceutica, perchè Eluana non beveva dalla bottiglietta nè mangiava i panini che hanno portato davanti alla clinica. Quello che viene usato sono soluzione creata in laboratori farmaceutici, sono sostanze chimiche non acqua minerale. Se viene interrotta non si muore di fame e di sete perchè Eluana non aveva lo stimolo della fame e della sete. Si muore semplicemente perchè è arrivato il momento e il nostro corpo senza l'aiuto della tecnica non ce la fa. Di cosa muoiono quelle persone che arrivano a età venerande? Si spengono quando non riescono più a nutrirsi ma nessuno si sogna di pensare che sono morti di fame o di sete. Per attenersi alla morale della legge che verrà approvata i medici dovranno proporre, anzi imporre l'alimentazione con il sondino a tutti i malati senza speranza, cerebrolesii, anziani giunti alla fine dei loro giorni, malati terminali che non sperano altro che di trovare la pace. Ma il nostro stato ha le risorse economiche per garantire tutto questo? L'altro giorno una ragazza figlia di un carabiniere che in seguito ad un incidente da due anni viveva in stato vegetativo si chiedeva "ma lo stato dove è'" . L'unica struttura che era stata disposta ad accogliere il padre era a Firenze mentre loro vivevano al sud. La madre si era trasferita a Firenze per stare vicino al marito prendendo un appartamento in affitto, i figli tutte le settimane andavano a trovare i genitori....dopo due anni erano sfiniti fisicamente ed economicamente. Ma questo Stato che tutela così amorosamente la vita come li aiuta?
Per concludere questa riflessione credo che lo stato deve garantire il diritto di autodeterminazione di tutti i suoi cittadini, ed il diritto alla morte (che tra l'altro non intacca i diritti di nessun altro) è un diritto fondamentale come quello alla vita. Ma forse vareranno un decretto legge con un nuovo reato: il suicidio. Intanto becchiamoci per solidarietà la scomunica.
venerdì 26 dicembre 2008
Per Betti
Quando parlava di sua figlia si illuminava come succede a tutte le mamme ma forse lei si illuminava un po' di più.
All'inizio ci siamo trovate cordialmente antipatiche, poi ci siamo conosciute meglio e siamo diventate interessanti l'una per l'altra ed abbiamo avuto voglia di conoscerci ancora di più.Il lavoro, la famiglia non ci hanno permesso di frequentarci ma la pensavo spesso.
Quando mi hanno detto che si era sentita male e che il problema era grave è stata una mazzata. Ho pensato alla sua bimba che ha l'età della mia, che ha già perso il babbo e che ora rischiava di perdere anche la mamma. La rivedo quella sera della spizzata che mi diceva ridendo della sua mole : Non mi guardare ora prima ero una f.... sennò come mi sarei presa un uomo come il mio"
E questo uomo le è stato vicino fino in fondo, così mi hanno raccontato. L'ha accompagnata per mano prima durante la chemioterapia per il cancro al seno, poi durante questa ultima mazzata finale. E' banale lo so, ma non posso fare a meno di chiedermi se Dio esiste perchè permette che una ragazzina di 12 anni resti senza padre e senza madre. Perchè una donna così piena di vita, di progetti, che nonostante tutto quello che le era capitato aveva ancora voglia di ridere e guardava con fiducia la futuro, domani sarà sotto un metro di terra.
Ciao Betti, mi porterò dietro la gioia di averti conosciuta e il dolore di averti perso senza aver potuto consocerti meglio. Ti voglio bene.
lunedì 10 marzo 2008
Mandelieu Menton 2004

“ Se ce lo avessero fatto fare per lavoro, sicuramente avremmo fatto sciopero, occupato l’azienda, fatto una serrata etc etc”. Con queste parole ho ringraziato i componenti della mia banda dopo questa, fisicamente e psicologicamente, massacrante trasferta francese.
Già dall’inizio della settimana le cose erano cominciate male, un paio di ragazze avevano dato forfait, ad un trombone ferroviere annullate le ferie per la malattia dei colleghi. Un'altra tutti i familiari malati e non sapeva a chi lasciare i bambini. Ed io a rifare il piano delle camere d’albergo, rimesso in discussione dopo ogni “Non posso venire”. Poi il pensiero del padre di Marco, il nostro Presidente e primo trombone. E soprattutto mio carissimo amico. Stava molto male e Marco era combattuto tra il bisogno di stare con il padre e il dovere di stare con la sua banda. Ed io , impotente, non sapevo cosa consigliare. La consapevolezza che se lui non fosse venuto tutte le responsabilità sarebbero ricadute su di me. Il francese ci avrebbe pagato? E la cena? Ci avrebbe dato la cena come convenuto? E l’impresario di Menton si sarebbe arrabbiato perché a sua insaputa eravamo stati a Mandelieu? Ad aumentare la mia angoscia arriva un fax, le majorettes devono essere alte,mature ma non troppo, magre e tres joli! Mi sento persa, e che siamo alle finali di Miss Italia? Ma lo sanno loro che le majorettes sono una razza in via d’estinzione da proteggere come i ghepardi della savana? Hanno una vaga idea di quante ragazzine bruttine sono poi sbocciate come il brutto anatroccolo della favola?
Marco decide di non venire e la sveglia delle 5 mi trova ancora persa nelle mie mille preoccupazioni. Arriviamo all’orario convenuto e il pulman ancora non c’è. Mi torna subito in mente un paio di anni fa, dovevamo andare alla Rai e il pulman non arrivò, telefonavamo e ci inventavano una scusa dopo l’altra. Fummo abbastanza svegli da capire l’antifona e a salire in macchina e andare a Roma. Roma è a 150 chilometri. Mentone no. Ecco il pulman, meno male un motivo di panico in meno. Stranamente sono tutti puntuali e riusciamo a partire in orario con il mastodontico pulman a 80 posti. A ruota la nostra Cenerentola, il furgone Ducato di anno imprecisato, carico di strumenti. Non siamo ancora in Liguria che Susanna comincia a sentirsi male. Ci fermiamo, sembra stare meglio e ripartiamo. Un centinaio di chilometri e sta di nuovo male, prova a salire con suo marito sul Ducato, forse è il pulman a causarle forti dolori di stomaco. Dopo un po’ chiamano al telefono, hanno deciso di fermarsi al pronto soccorso di Savona. Davanti ai miei occhi sfilano le immagini del pronto soccorso di una città, seppur piccola, di sabato mattino. Mi prende il panico, gli strumenti sono tutti sul ducato e se forano una gomma, se restano bloccati da un incidente, cosa facciamo? Fortunatamente devo ricredermi sulla sanità ligure, tempo mezzora hanno fatto tutto e ci raggiungano nell’area di sosta dove ci siamo fermati per il pranzo. Comincio a tranquillizzarmi, ora deve andare tutto bene, statisticamente deve andare tutto liscio. Arriviamo a Cannes con un ora di ritardo sulla tabella di marcia, quindi l’ora di riposo che avevo calcolato va a farsi friggere. Mi consegnano le chiavi dell’albergo in una cassetta e comincio a consegnarle avvantaggiata dalla mia rooming list preparata precedentemente (due notti di lavoro). Il primo che mi dice “cambiami la camera” lo stendo. Tutti prendono le chiavi docilmente e silenziosamente. Telefono all’impresario francese. La vocina registrata mi dice naturalmente in francese che il numero non esiste. LO SAPEVOOOOO!!!! Ho preso una fregatura. Il tanto temuto bidone eccolo qui. Mi soccorre la mia amica francese che ha approfittato dell’occasione per venirmi a trovare. Legge il numero e mi fa notare che ha il prefisso internazionale come se telefonassi dall’Italia, basta che tolga lo 0033 e monsier Frank risponde che arriva subito. Riprendo fiato.
Arriva Frank accompagnato da un italo francese che almeno risolve il problema della lingua. Ci accompagnano a Mandalieu dove troviamo un’altra banda (ma dove li ho visti questi qui?). Ci dicono di suonare fino alle 18,30 poi quando passeranno i carri dobbiamo accodarci al corteo. Il dvd di Isaia, ecco dove li ho visti! Mi avvicino all’altra banda e gli dico che li ho visti nel dvd della festa di Lonate. Il ghiaccio è rotto e ci accordiamo di suonare un brano per uno, anziché 15 minuti ciascuno come ci avevano detto. Parte la Roncaglia M.B. tutti allineati perfettamente. Che invidia quelle file belle dritte! E che suoni puliti! Noi spariamo Hot Stuff, a tutto volume. Siamo un po’ caciaroni, le file fanno schifo, qualche nota delle trombe forse è un po’ troppo sopra le righe, ma il pubblico applaude. Quando partono le percussioni con il solito giro ritmico la gente batte le mani con noi e canta la melodia dello xilophono. C’è una coppia di persone anziane che ci guardano ammirati. Alla fine del corteo, incuriosita dal fatto che ci hanno seguito per tutta la sera, gli porgo un nostro depliant, pensando che fossero italiani e che ci avessero seguito per “amor di patria”. La signora comincia a snocciolarmi un fiume di parole in francese, e solo dal sorriso capisco che sono complimenti.
Ci sono diversi gruppi, gli sbandieratori di Alba, una banda cecoslovacca con le majorettes fatte con lo stampino ( ma dove le trovano tutte uguali e per di più belle?) e i carri di mimosa. La mimosa è il mio fiore preferito, a casa mia le ha stroncate tutte la neve ed ora che bello vederle fiorite!
Finisce la festa, l’impresario mi paga ( un pensiero in meno) e mi dice che sicuramente ci richiamerà. Ci accompagnano al self service spiegandomi che ci sono i pasti pagati per 270 persone. La fila è enorme, mi rendo conto che nessuno controlla. Chiunque può mangiare e passare per uno di una banda, quasi nessuno indossa la divisa. Noi siamo gli ultimi, e se fossimo il n. 271 e mi portano il conto? Anche questa va bene, ed anche gli ultimi riescono a mangiare. Sono le 22,30.
Rifletto che stranamente nessuno ha avuto da ridire sul fatto che cenavamo ad un ora così tarda e nemmeno sulla scarsa igiene del locale. Qualcuno ha riso dicendo che ha dovuto appoggiare il pane su un Tempo, visto che i vassoi erano sprovvisti di tovaglietta e il tovagliolo era in fondo al self service. Siamo tutti stanchi e silenziosamente rientriamo in albergo. Per me ancora non è finita, devo andare a salutare l’impiegato italiano che mi ha aiutato per le prenotazioni. Lavora in un albergo vicino, della stessa proprietà di dove alloggiamo noi e fa il turno di notte. Mi faccio accompagnare dalla omnipresente Antonella e recupero il vino che gli ho portato. Le bottiglie sono integre, il cartone no, poco male. Ci accoglie calorosamente, ma perchè all’estero se parliamo la stessa lingua siamo tutti amici e in patria ci scanniamo per un parcheggio? Vuole offrirci un caffè, propongo una camomilla, per oggi ho fatto il pieno di eccitanti naturali. Niente camomilla.
Ci consiglia di portare il nostro ducato dentro il parcheggio dell’albergo, non è consigliabile lasciarlo fuori. Chiamo Nazzareno al cellulare e scopro che ha lasciato Irene in camere da sola e che lui è a chiacchiera da qualche parte. Provo altri due o tre numeri, non risponde nessuno. Finalmente risponde Davide, promette che si occuperà del furgone. Torniamo in albergo, nessuno si è occupato del Ducato, quindi riparte Nazzareno. Verso mezzanotte riusciamo a spengere al luce. Mi aspetta un’altra notte insonne, ormai lo so, quando cambio letto non dormo mai.