mercoledì 17 ottobre 2007

Il mistero delle tartarughe scomparse



Via Molise probabilmente era la strada a più alta natalità del paese. Piccole villette a schiera di recente costruzione abitate da giovani coppie, equivalevano ad almeno un bambino per casa.

La prima coppia di tartarughe entrò nel giardino dei fratelli Grazi, due piccoli gusci identici dai quali spuntavano due testoline rugose come carta crespa. Fu costruito un recinto per delimitare le escursioni dei piccoli rettili. All’interno alcuni sassi ammassati creavano una grotta, sicuro riparo per il letargo.

Nonostante la scarsa compagnia che possano fare delle tartarughe, in breve tempo quasi tutti i giardini di via Molise avevano il recinto con le relative tartarughe.

Grandi e piccini erano divenuti esperti sulle abitudini di vita delle tartarughe. I più competenti si azzardavano a riconoscerne il sesso, senza timore immediato di smentita.

Passò l’estate e le tartarughe sparirono sotto terra e per alcuni mesi ci si dimenticò di loro. Come i raggi del sole cominciarono a scaldare la terra, una per una le tartarughe tornarono alla vita e nelle conversazioni della strada.

Fu scoperto che erano ghiotte di lumache ma occorreva schiacciarne il guscio. Malgrado il ribrezzo nei giardini si smise di usare l’antilumaca e si aprì la caccia alle chiocciole.

Era appena terminata la scuola quando una delle tartarughe di casa Barbetti fu trovata morta. Il corpicino rinsecchito era uscito fuori dal guscio sventrato dalla parte callosa. Il guscio era avvallato, come schiacciato. E questa fu la prima interpretazione: la tartaruga era stata schiacciata con un sasso e si pensò ad una bravata di qualche bambino. Gli esperti sostennero che gli uccelli possono strappare la tartaruga dal guscio con il becco, e i bambini furono discolpati. Il recinto fu dotato di un tetto di rete, con una finestrella apribile a molla per permettere l’introduzione di cibo e per fare uscire gli animaletti per qualche escursione guidata nel giardino.

La vita delle tartarughe trascorse senza altri colpi di scena per tutta l’estate e il piccolo rettile morto fu subito sostituito. Verso la fine di settembre sparì una tartaruga sempre in casa Barbetti. Fu perlustrato il giardino nel caso fosse stata dimenticata fuori dal recinto, ma della tartaruga nessuna traccia. Si pensò al piccolo Simone. Simone è un bambino speciale, i medici lo definiscono iperattivo, parla poco e male per i suoi 8 anni. Per il resto è vispo come un fringuello, corre in bici a rotta di collo e scavalla tutti i muretti disconoscendo qualsiasi nozione di proprietà privata. Simone voleva le tartarughe. Lo aveva fatto capire in vari modi che anche lui voleva le tartarughe. Quando i sospetti cominciarono a trapelare la sua mamma si affrettò a presentare il certificato di consegna delle tartarughe: quando era sparita la tartaruga era una settimana che loro ne avevano già due. Simone era innocente ma ormai l’accusa era stato fatta e i rapporti fra le due famiglie incrinati.

Il cancello di casa Barbetti fu chiuso e i bambini invitati a non entrare. Trascorsero un paio di settimane e anche l’altra tartaruga sparì. Nessuno sapeva capacitarsi di come era stato possibile. I bambini non potevano essere stati, il cancello era restato chiuso e la tartaruga era stata vista la sera prima. Il furto era avvenuto di notte, quindi imputabile ad un adulto. Forse un dispetto? Ma i Barbetti erano persone tranquille, benvolute da tutti, nessuna persona sana di mente avrebbe fatto uno sgarbo simile. Sana di mente. Ecco la chiave del mistero. In via Molise c’era un’abitante un po’ strana. Nessuno sapeva come si chiamava la signora, veniva chiamata “Labionda”. Labionda viveva con il marito e la figlia, all’apparenza era una signora come tante altre, sempre ben vestita e in ordine.

Appena le varie famiglie si erano trasferite in via Molise successe una cosa strana. Alcuni di loro trovavano davanti al portone di casa un anonimo regalo culinario: un vasetto di sugo, un tegamino di minestra, un piatto di spezzatino. Si scoprì che la cuoca era Labionda. La signora Grazi, che si era trasferita in via Molise successivamente agli altri, fu messa al corrente del vizietto di Labionda. La Grazi, che si dilettava di psicologia, interpretò il fatto come una richiesta di aiuto o perlomeno di amicizia. Pertanto giudicò degli incolti i vicini e, imperturbabile dalla mancanza di risposta, si impose di salutare La bionda. Fino a quando, dopo l’ennesimo “buongiorno”, questa mostrò alla signora Grazi la mano a pugno con il dito medio ben in vista. In dieci anni non aveva scambiato una parola con nessuno però veniva vista parlare da sola e salutare, se si sapeva leggere il labiale, con un “vaffan….”.

In casa Barbetti il recinto fu disfatto e fu dichiarato che avevano chiuso con le tartarughe.

Passò l’inverno, piuttosto gelido in quanto a rapporti di buon vicinato. Con la scusa del freddo ognuno si era ritirato nella propria casa, chi roso dal sospetto nei confronti del vicino, chi ferito di essere il sospettato. I bambini,che in genere giocavano insieme e la porta di ogni villetta era sempre aperta ad un piccolo ospite, non sapevano capacitarsi del perché ognuno dovesse starsene in casa sua.

A primavera, complici le giornate più lunghe e miti, i bambini si ritrovarono a giocare sul cortile. Ed anche le tartarughe uscirono dal letargo e sporche di fango fecero la comparsa nei recinti. Il risveglio dei rettili rianimò un po’ le conversazioni tra vicinato anche se ancora nessuno aveva una spiegazione certa circa la scomparsa delle tartarughine.

Il mistero non durò ancora a lungo. Il tempo che il tepore primaverile facesse crescere l’erba del giardino e si rendesse necessario falciarla.

Fu così che il signor Barbetti ritrovò le sue tartarughe.

Depressione?


Ero arrivata. Non ce la facevo più. Come un castello di carte, le tensioni si andavano sovrapponendo una sopra l’altra, solamente a crollare ero stata io. Il tunnel in cui mi ero cacciata non aveva via d’uscita. Crisi di pianto si alternavano a crisi di panico, i miei amici non mi riconoscevano, i miei familiari non mi sopportavano.

Dopo mesi in cui quello che vedevo era tinto esclusivamente di nero,nella migliore ipotesi di grigiastro, mi ero decisa a rivolgermi ad uno specialista. Sfogarmi un po’, incanalare le mie tensioni non poteva che farmi bene.

Mi consigliai con un paio di amici che avevano avuto problemi simili e, finalmente decisa, presi un appuntamento. Pensavo di cavarmela con un paio di belle chiacchierate, invece uscii dallo studio con una prescrizione in mano. Accidenti! non pensavo di dover essere presa così seriamente! Una prescrizione! Anche l’imbarazzo di recarmi al dispensario! Ne cercai uno fuori dal mio quartiere, dove le probabilità di essere riconosciuta erano inferiori. Non ho mai sopportato la gente che sbircia cosa stai facendo al dispensario. Cercano di leggere da lontano la tua prescrizione, strabuzzando gli occhi. Io avevo imparato a tenerla girata sul bancone, ma allora rubano l’attimo del passaggio dalle mani della commessa alla busta in cui viene messa. La privacy, che illusione!!! Siamo un paese di guardoni e pettegoli, figuriamoci se con una legge che tutti aggirano si garantisce il diritto di non far sapere al mondo gli affari nostri.

Sto divagando, ma da quando non sto bene, difficilmente riesco a portare in fondo un discorso, un impegno, la mia testa se ne va per i fatti propri ed io non concludo niente.

La commessa mi chiese quale formato volevo, ed io , abbassando gli occhi imbarazzata, risposi:”Il più grande”, mentre in un angolino ignorato del mio cervello spuntava il cartellino con scritto “controindicazioni”.

Con il sacchettino stretto sotto il cappotto, tornai a casa. Presi un cucchiaino da caffè , staccai il telefono e mi chiusi in camera mia, mentre mia madre blaterava chiedendomi che diavolo stessi combinando.

Scartai con lentezza esasperata la confezione, svitai il tappo, tolsi il cellophan adesivo e già un soave profumo solleticava il mio olfatto stimolando le ghiandole salivari.

La vista era incantata dal quel laghetto marrone, magari il colore era poco acquatico, ma sopra c’erano effettivamente delle piccole onde. Con una mossa fulmine tuffai il cucchiaino nel barattolo, per sollevarlo bello colmo. Chiusi gli occhi, lo portai alla bocca e fu la luce.

Ora ero in un altro mondo, ero un’altra persona…. tranquilla, serena, ottimista. Davanti a me immagini bucoliche, musiche struggenti mi allietavano , una sensazione che da tempo non provavo si andava impadronendo di me….. Ma perché la Nutella doveva farmi questo effetto?

Una mano per chi?


La ragazza era sul letto completamente vestita e con le scarpe ancora ai piedi, sembrava che si fosse sdraiata per un piccolo riposo. La leggera coperta di cotone era zuppa di sangue. Il corpo sembrava integro e non si capiva da dove fosse venuto tutto quel sangue. Si mise i guanti e si accostò al letto. Era il primo caso di omicidio per l’ispettrice Bacci. Omicidio. D’istinto aveva scartato ogni altra ipotesi. Un incidente non era davvero, a meno che non fosse caduta di spalle su un coltellone conficcato sul letto. Naturalmente dalla parte della lama. Suicidio? Ma perché suicidarsi con tanto spargimento di sangue? Lei non l’avrebbe fatto. Un bel flacone di sonniferi era il suicidio perfetto. Ma quella sdraiata sul letto non era lei, anche se avevano all’incirca la stessa età. Poteva essersi tagliata le vene. Si avvicinò per osservare i polsi. Sembrava la mano di una Barbie, le dita rigide e innaturali. Artigli protesi ad acchiappare la morte attraverso una lametta?

Sfiorò con i guanti di lattice le dita esangue, fece per voltare la mano per osservare i polsi ma la mano restò tra le sue, completamente staccata dal braccio. Chiuse gli occhi e ricacciò in gola l’urlo che affiorava. Le avevano mozzato una mano. Forse tutte e due.

“Venite a vedere” – chiamò i colleghi che stavano facendo il sopralluogo.

Anche l’altra mano era mozzata, di netto. “ E che era musulmana? Legge del taglione?” disse con cinismo Micheli.

“Micheli, chiami la scientifica e il procuratore, questa poveretta è musulmana quanto noi”, ordinò decisa. I colleghi non avevano accettato di buon grado la sua nomina a Ispettore della squadra mobile. Ogni atteggiamento umano sarebbe stato giudicato “da femmina”. Ma dovevano prendere atto che i tempi erano cambiati, era l’ora di smettere di pensare che nella polizia la massima aspirazione per una donna fosse fare l’agente motociclista.

Ora la mano non era più accostata al braccio. Il taglio era stato preciso, sicuramente una mannaia oppure un accetta da boscaiolo. Dovevano essere già passate diverse ore, le vene si erano ritirate e solo i tendini bianchi schizzavano tra la carne rossa granellata di bianco. Se un’amica troppo ansiosa alla quale aveva dato buca ad un appuntamento non avesse avvisato la polizia chissà quando l’avrebbero trovata.

Conosceva solo il nome della ragazza che giaceva sul letto: Fabiola Artieri. Aprì la borsa appoggiata su una sedia e prese la carta d’identità. Aveva 32 anni, era nata tra le montagne del Pistoiese e forse si era trasferita a Firenze per lavorare. L’amica aveva detto che viveva da sola, nessun legame affettivo importante, un giro ristretto di amicizie. Sfogliò l’agendina, infatti pochi numeri di telefono, nessun appuntamento segnato. Il cellulare era spento. Provò ad accenderlo ma chiedeva il pin.

Entrò in cucina, nell’acquaio c’erano due bicchieri. Probabilmente in uno aveva bevuto l’assassino. Con la tecnica moderna bastava un goccio di saliva per risalire al DNA. Ma con chi confrontarlo?

Questo sarebbe stato il lavoro più difficile, trovare gli indizi che portassero ad un nome, ad una faccia. Ma non sarebbe stato il suo lavoro, non sperava che il Procuratore affidasse a lei un’indagine su un omicidio. Dei rumori la scossero dagli ambiziosi pensieri. Era arrivata la scientifica, carica di apparecchiature. In 5 minuti la scena del delitto si era trasformata in un set cinematografico, lampi di flash intermittenti e le telecamere che riprendevano ogni cm quadro dell’appartamento.

Era arrivato anche il Procuratore.

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Fu svegliata dallo squillo del telefono e come aprì gli occhi si tastò le mani. C’erano.

Non doveva farsi prendere così da questo caso, non era per niente professionale.

Il telefono continuava imperterrito a suonare: “ Pronto” rispose, con la voce impastata di chi è appena stato svegliato. “stava dormendo dottoressa Bacci?? “ esclamò la voce ironica del Procuratore. In un colpo fu completamente sveglia “buongiorno dottore, ieri sera abbiamo fatto tardissimo in casa dell’Artieri e approfittavo della mattinata libera” . Ma perché si giustificava, era la sua mattina libera, e nessuno le aveva affidato il caso Artieri, quindi poteva dormire. Il caso Artieri, la telefonata del procuratore poteva significare …..”Dottore a proposito, chi si occuperà dell’omicidio di ieri sera?” “Le ho telefonata per quello, stavo pensando che potrebbe occuparsene lei.” “fra dieci minuti sono in ufficio”. E riattaccò, meglio non dargli il tempo di ripensarci.

Dall’ufficio chiamò subito la scientifica per richiedere il materiale fotografico e gli altri reperti.

Aveva notato un computer su di un tavolo in salotto. Chiese se avevano cominciato a lavorare su quello, ma ancora non lo avevano fatto, però avevano chiesto il tabulato delle telefonato sul telefono di casa e sul cellulare. Aveva anche una linea adsl, segno che si collegava a Internet per molto tempo, o che scaricava file pesanti. Elena non era un genio del pc ma se la cavava e le era venuta un’idea. “Potrei avere una copia dell’hard disk? Ho un pc in disuso in ufficio potresti istallarmelo, così comincio a lavorarci anche io”. Le risposero che avrebbero chiesto a chi si occupava del pc, ma era fattibile.

Chiamò il medico legale per sapere quando avrebbe avuto i risultati dell’autopsia. Avevano iniziato a lavorarci, era morta verso le 18, quindi 5 ore prima che la ritrovassero, lo stomaco era vuoto eccetto per un po’ di limoncello, nessuna violenza sessuale. Per il resto un po’ di pazienza.

Era facile a dirsi “pazienza”, non aveva in mano niente, da dove cominciare? Sicuramente erano arrivati i familiari, poteva andare alla camera mortuaria e parlare un po’ con loro. Oppure in ufficio a vedere cosa faceva, parlare con i suoi colleghi. Optò per la seconda possibilità. In fin dei conti passava più tempo con i colleghi che con la famiglia che abitava a 100 e passa chilometri. In verità non le sembrava molto delicato interrogare i parenti della ragazza mentre nella stanza accanto stavano facendo l’autopsia.

Chiamò un agente della sua squadra e controllò l’indirizzo dell’ufficio. Salirono in auto senza dire una parola. Faceva parte dell’ammutinamento dei suoi uomini, non rivolgerle la parola se non costretti. Se non finiva questa storia, non sarebbe venuta a capo di niente. Da sola sarebbe andata poco lontano.

Attraversarono i viali in un caldo soffocante. Le insegne segnalavano il livello di ozono nell’aria, come sempre ai limiti. Si trovò ad invocare a voce alta la pioggia. Una bella pioggia che facesse abbassare la temperatura, il livello di ozono e le tensioni con i suoi uomini. Questo non lo disse, tanto l’agente Panfi nemmeno le aveva risposto. Come invidiava la bella Arcuri che faceva la carabiniera nella serie televisiva, tutti ai suoi piedi.

Nessuno stava lavorando nell’ufficio dell’Artieri, erano in “riunione” e l’ordine del giorno era la fine che aveva fatto Fabiola. Avrebbe partecipato anche lei alla riunione, qualcosa ci avrebbe ricavato.

Non le dissero niente di nuovo di quello che già sapeva. Pochi amici, alcuni anche tra i colleghi, nessun fidanzato. Una persona tranquilla, aperta di carattere, nessuna inimicizia.

Chiese se avevano notato cambiamenti nel suo comportamento. Sul lavoro era la solita, pronta allo scherzo e affabile, però non usciva più con nessuno. Prima ogni tanto usciva con qualche collega, un cinema, una pizza. Erano un paio di mesi che non accettava più nessun invito. Visto che comunque era sempre gentile e tranquilla, non si erano preoccupati e avevano solo smesso di invitarla.

L’accompagnarono alla sua scrivania. Il suo lavoro consisteva prevalentemente nel rispondere al telefono e archiviare documenti, quindi non c’era molto nei cassetti. Accese il computer. Cliccò sull’icona della posta elettronica. La cartella della posta era completamente vuota, nessun messaggio in arrivo, nessuno in posta inviata. Fece scorrere il mouse sulle impostazioni, voleva vedere il suo indirizzo. Ne trovò uno sul server della società per cui lavorava, ma ce ne erano altri. Scorse tutti gli account. Aveva ben 5 indirizzi con nomi di fantasia e tutti con la password. Ma che razza di nomi erano?

Tornarono in ufficio e trovò la bella sorpresa del dossier Artieri . Cerano le foto dell’appartamento, del cadavere. I bicchieri erano in laboratorio per le analisi del dna. Ecco un’altra cosa utile, la rubrica telefonica del cellulare. C’erano diversi nomi ma senza un legame ci avrebbe fatto poco. Chiamò un collega e gli chiese di occuparsi della richiesta ai vari gestori telefonici. Rispose un gelido ok e mentre se ne andava si voltò, come se ci avesse ripensato:” quelli della scientifica le hanno preparato il computer”.

Bene, ora cominciava ad avere un po’ di materiale. Accese il pc e ripetè la stessa manovra fatta in ufficio. Gli indirizzi corrispondevano, ma cosa ci faceva con tanti indirizzi? Anche qui l’archivio era vuoto, nessuna traccia. Guardò la rubrica. Questa non era vuota ma piuttosto consistente. Confrontò i nomi con quelli della rubrica telefonica. Alcuni corrispondevano e ne fece un elenco. Chiuse il programma e cominciò a sbirciare nella cartella documenti. Un po’ di corrispondenza, varie foto. Trovò un paio di file protetti, ad aprire questi ci avrebbero pensato i tecnici.

Guardò l’ora nella barra delle applicazioni, aveva passato il pomeriggio sul computer di Fabiola Artieri. Passando il mouse sulla barra fece capolino un icona con due occhiolini . E quella cosa era? Cliccò e si aprì una finestra. Era l’icona di una chat line. Sfiorò la tendina sul nick name e comparvero dei nomi. Bibi, Aldebaran, Faby, Bamby, Artif. Erano gli stessi nomi degli indirizzi della posta elettronica.

Elena Bacci non ne poteva più. Era una settimana che di giorno svolgeva le normali indagini e di notte scopriva lo strano mondo della chat. Dopo vari tentativi aveva superato la pass di Fabiola ed ora aveva la lista degli amici di chat della ragazza..

Era stata contattata da uomini di età compresa tra i 16 e i 90 anni. Anzi per la precisione 84 anni. C’era l’esibizionista che voleva farsi vedere nudo in cam, chi voleva odorarle i piedi, chi chiedeva un pacchettino regalo con le sue mutandine. Aveva ricevuto più proposte in quei pochi giorni che in tutta la sua vita. Proposte sconce, proposte ambigue, proposte di matrimonio e via di seguito Ma era stata contattata anche da uno dei nomi della lista di Fabiola. Ed era su questo che lavorava. Quel nome era anche nella rubrica della posta ed anche in quella del telefono. Quindi uno con cui aveva contatti frequenti. Il suo nome era Umberto, alias Ultimomistero.

Nei primi contatti era stato gentile ed interessante ed Elena lo aveva incoraggiato. Aveva tante cose da raccontare, amava la fotografia e le mandava delle foto molto belle ma mai suoi ritratti. Però non si stancava di chiederne uno di Elena che era diventata Siria. Sera dopo sera era diventato possessivo e morboso. Aveva cominciato a fare domande intime, pretendeva che parlasse solo con lui, ogni tanto lampeggiavano sul monitor frasi sibilline tipo “potrei farti paura”.

Quando lui propose un incontro lo accettò immediatamente. L’eccitazione per essere vicina alla soluzione dell’omicidio, le faceva perdere anche la cognizione del rischio che poteva correre.

Due giorni dopo prese un treno per Bologna senza dire niente ai suoi colleghi. Aveva lasciato solo una relazione sulle indagini fatte dopo l’orario di lavoro.

Avrebbe incontrato Ultimomistero davanti alla biglietteria e tutti e due avrebbero tenuto in vista una guida di Firenze. Il treno arrivò in ritardo e Elena appena scesa si precipitò dentro alla stazione affollata, travolgendo un passante e tirandosi dietro un paio di insulti.

Si ricompose aggiustandosi il top scollato. Non si sentiva a suo agio vestita così, ma non poteva presentarsi in tailleur e camicetta bianca. Doveva gettare un po’ di fumo negli occhi, ora era Siria.

Davanti alla biglietteria c’erano diverse persone ma nessuna aveva in mano la guida di Firenze. “Se ne è andato” pensò disperata, “ho perso un omicida per un ritardo del treno”.

“Siria, Siria” sentì chiamare. Si voltò verso la voce che teneva in mano la guida e si pietrificò.

La carrozzella si era avvicinata e l’uomo vedendo la faccia stravolta continuò tutto di un fiato “ Ti avevo avvertita che avrei potuto farti paura, lo so che non è piacevole vedermi. Se non te la senti di stare un po’ con me, puoi andartene. Mi spiace, avrei dovuto dirtelo”. Aveva davanti a se in una carrozzina per invalidi uno dei peggiori risultati di chissà quale difetto genetico. Da un corpo minuscolo e informe emergeva una testa enorme e asimmetrica. Quel corpicino di bambino che non poteva stare in piedi non avrebbe ucciso nemmeno una mosca, figuriamoci una ragazza. Si sentì un imbecille, aveva sbagliato tutto ed ora doveva anche deludere questo povero Cristo che la guardava adorante. Una mattinata poteva dedicargliela, gliela doveva. Sorrise e con aria scherzosa disse “ Ma dobbiamo stare tutta la mattina qui? Spingo io o hai la patente?”

“Ho la patente” rispose finalmente sorridendo e si avviarono a fianco verso il bar.

Scorreva i tabulati telefonici e abbinava nomi e indirizzi reali ai nomi della rubrica telefonica ma non riusciva a togliersi dalla testa Umberto. Come poteva aver pensato che fosse lui l’assassino. Era un giovane disperatamente solo con il quale pochi amavano farsi vedere in giro. Nella chat aveva trovato un modo per evadere dalla sua vita. Parlavano con lui senza vederlo e Ultimomistero poteva inventarsi mille storie, mille identità. Aveva un corpo mostruoso ma i suoi desideri erano gli stessi di qualsiasi essere umano. E la chat ogni tanto poteva essere un palliativo per esaudire quei desideri che nessuno avrebbe condiviso in un letto.

Il telefono la scosse dal ricordo dell’incontro con Ultimomistero.

“pronto, volevo l’ispettore Bacci”

“Sono io chi parla?”

“Ahhh mi scusi non sapevo che fosse una donna”. Elena soffiò fuori l’aria dai polmoni e fermò in gola una parolaccia.

“Sono l’ispettore Fazi, di Frosinone. Lei si occupa della ragazza trovata con le mani tagliate vero?” appena Elena emise un si continuò “stanotte è stata trovata un’altra ragazza morta, stessa procedura.

I due omicidi potrebbero essere collegati”.

“Se non ha niente in contrario nel pomeriggio sono da voi”.

Sembrava un delitto in fotocopia, stesso tipo di ragazza, stessa morte.

Ecco un nuovo serial killer sui cui presto avrebbe sguazzato la stampa, anticipando notizie e bruciando tutti gli indizi.

Anche Sabina Sacchi aveva un computer nel suo appartamento. C’era anche una piccola video camera. Elena chiese di poterlo accendere e i suoi occhi cercarono subito gli altri occhietti maliziosi dell’icona della chat. C’erano! Aprì frenetica il collegamento , non c’era pass di accesso e subito apparve la lista dei net friends, gli amici del net. Prese il suo elenco e lo confrontò. Klaid65, ecco la chiave. Il nome era sia nella lista di Fabiola che in quella di Sabina. Una coincidenza?

Doveva tornare in ufficio, Klaid corrispondeva anche a un numero di cellulare. E lei aveva gli intestatari dei numeri, con tanto di indirizzo.

Il numero di Klaid era intestato a Simona Fucini, via della Pergola Firenze. Era li, nella sua città, vicino a lei. Fece il numero del cellulare, ma la segreteria rispose che l’utente era irraggiungibile.

Chiamò due uomini della sua squadra “Andiamo in via della Pergola, forse ci siamo”.

Mentre facevano i pochi chilometri mise al corrente i suoi uomini delle sue indagini notturne. Avrebbero suonato il campanello di Simona Fucini come se fosse un normale colloquio informativo. Niente irruzioni, non avevano un mandato di arresto.

Aprì la porta una giovane ragazza che rimase sorpresa alla vista dei poliziotti.

Elena chiese se potevano farle alcune domande e la giovane li fece accomodare in salotto, scusandosi del disordine. “Sa fra una settimana mi sposo e sto facendo il trasloco”.

“Solo un paio di domande, stiamo facendo delle indagini su delle truffe telefoniche. Appartiene a lei il numero 3475876439? “ . Simona rimase un attimo perplessa “ ma no!!! È di Paolo il mio ex fidanzato. Forse la scheda era intestata a me, sa come succede, si comprano i cellulari in promozione poi per non cambiare numero, la scheda nuova finisce a qualche altro”.

“Potrebbe dirmi qualcosa di lui?”

“Si è messo in qualche guaio? Me lo immaginavo, è un pazzo! Siamo stati fidanzati un paio di anni, pretendeva che non uscissi di casa e sa come è finita? Io stavo si in casa ma ho cominciato a entrare nelle chat line. Lì ho conosciuto il mio futuro marito e appena mi sono sentita abbastanza forte da affrontare Paolo l’ho lasciato e sono rinata.”

“quando ha parlato l’ultima volta con Paolo?”

“un paio di settimane fa l’ho chiamato io per dirgli che mi sposavo, ho preferito farlo io , non mi andava che lo sapesse da altri. Quando ha capito che sposavo l’uomo conosciuto in chat sa cosa mi ha detto? “Avrei fatto meglio a tagliarti le mani”.

Effetti collaterali


Avevo accettato l’invito a partecipare alla scampagnata per non sembrare la solita guastafeste, ma non ero dello stato d’animo migliore per stare in compagnia. Il posto era bello, ma c’era troppa gente e non tutta godeva della mia simpatia. Andrea stava giocando con gli altri bambini e le ragazzine più grandi si erano improvvisate baby sitter. Avevo ormai superato la dose massima di cazzate da ascoltare in un giorno quindi annunciai che andavo a fare una passeggiata. Se qualcuno si azzarda a dire “vengo con te “gli sparo, pensai. Nessuno ebbe da dire sulla mia fuga e mi incamminai verso il bosco. Speravo di trovare un po’ di silenzio. Per un po’ il vociare spensierato mi seguì nel sentiero che avevo preso, ma lo sentivo sempre più distante man mano che mi inoltravo nel bosco. Tenni il sentiero, non ho mai avuto un grande senso di orientamento, ci mancava di perdermi per diventare lo zimbello della compagnia. Non so perché ce l’avevo con loro, ma oggi non li sopportavo. Forse perché erano gli amici di sempre ed io volevo rompere con tutto quello che di scontato c’era nella mia vita? O forse perché sapevo che erano i soliti ipocriti, appena allontanata sarei diventata io l’argomento di conversazione.

Doveva esserci un vecchio rudere da queste parti. Dalla strada si vedeva, non un vero castello, forse una villa padronale abbandonata. Superai con il fiatone una salita e per l’ennesima volta pensai che avrei dovuta fare un po’ di attività fisica. Il bosco si faceva più rado e il silenzio più profondo. Vidi la costruzione. Era in completa rovina, il tetto non esisteva più, probabilmente solo i muri perimetrali erano restati in piedi. Doveva esser stata una bella villa. Un po’ titubante ma curiosa varcai l’ingresso. Non c’era niente, né pavimenti né tramezzi. Grosse lastre di pietra intralciavano la mia perlustrazione. Mi misi seduta su una di queste. La camminata mi aveva stancato. Raccolsi le ginocchia al petto appoggiandoci la testa. Presi una ciocca di capelli tra le dita, come faccio sempre quando cerco di rilassarmi, e cominciai ad arricciarla avvolgendola a spirale nel dito indice. Chiusi gli occhi gustandomi quella pace, solo il canto degli uccelli rompeva il silenzio.

Sobbalzai al contatto di un’altra mano nei miei capelli. Soffocai il grido che era affiorato in gola, immaginando di chi fossero quelle mani che da dietro stavano ora accarezzando la mia faccia. Le mani tornarono sulla nuca. I pollici cominciarono a massaggiare ritmicamente la fossetta dietro il collo, mentre le altre dita si stavano allargando su tutta la testa. Erano dita lunghissime. Sentivo sfrigolare i miei capelli e un languore paralizzante stava attaccando i miei muscoli. Un alito caldo mi solleticava il collo, buttai indietro la testa per vedere in faccia l’uomo anche se sapevo perfettamente chi era. Ma le mani mi bloccarono dolcemente la testa. Si era inginocchiato dietro di me, nella grande pietra, sentivo i suoi ginocchi che spingevano i miei glutei. Le mani erano ora scese sul collo, come a volermi strangolare. Invece polpastrelli morbidissimi mi stuzzicavano la gola, sfiorandola impercettibilmente dal mento fino all’incavo della trachea. Cominciavo a capire da dove nasceva il modo di dire “sciogliersi per qualcuno”. Qualcosa dentro di me si stava effettivamente sciogliendo, provocando un piacevole e umido calore.

Bloccai il braccio che mi stava accarezzando. Riconobbi la camicia azzurra che gli avevo visto indosso quella mattina. Sgancia la coppia di bottoncini del polsino e appoggiai le labbra al polso, là dove si vede l’azzurrino della vena. La mia lingua si mosse autonomamente, formando dei circoli concentrici e, come una lumachina, lentamente cominciò a salire verso il gomito. L’altra sua mano mi strinse alla vita, avvicinandomi in modo che lo sentissi premere contro di me. Si insinuò dentro la mia maglietta, correndo sicura alla ricerca di un seno. Lo trovò e strinse delicatamente il capezzolo eretto. Incapace di trattenermi, morsi il braccio che stavo baciando. Si liberò dalla mia stretta ed anche l’altra mano finì sotto la maglietta, coprendo a coppa ciascun seno. Ondate incontrollate di calore partivano dalla nuca fino arrivare ai piedi che avevo liberato dalle scarpe da tennis. Non c’era controllo, non c’era pudore in quello che stavamo facendo. Portai le mie mani dietro la schiena per cercare di sganciare i suoi pantaloni e lui fece lo stesso con i miei riuscendoci molto più velocemente. Dopo un po’ di manovre riuscii nell’intento mentre la sua mano stava già giocando con l’elastico dei miei slip.

Temevo il ritorno. Avevamo cercato di rientrare ad una certa distanza, ma l’assenza era stata troppo lunga per tutti e due e non poteva essere passata inosservata.

Mi sentivo le guance in fiamme, forse per l’intensità di quello che era successo o forse a causa della barba di mezza giornata sulla mia pelle.

Era la prima volta che mi trovavo in una situazione del genere, non ero avvezza a mentire, come me la sarei cavata?

Appena arrivata mi accorsi che l’atmosfera era tesa, appena sbucai dal sentiero Carlo mi ordinò di salire in auto, aveva già rimesso tutto nel bagagliaio ed anche Andrea era pronto per partire. Tentai di chiedere con indifferenza cosa era successo, ma mi bloccai imbarazzata sotto gli sguardi di tutti. Era meglio allontanarsi da lì. I pochi chilometri che ci separavano da casa passarono in un pesante silenzio, mentalmente cercavo di prepararmi a quello che sarebbe venuto dopo. Aveva capito cosa era successo, era solo un dubbio o mi aveva seguito?

Non so cosa mi aveva spinto a quell’avventura, erano mesi che tra me e Luca correvano sguardi carichi di mille aspettative ma non era un amore, o perlomeno ancora non lo era. Valeva la pena sacrificare la mia famiglia per un embrione di passione? Pensavo al bambino, era lui la mia famiglia, non certo Carlo, ormai erano anni che avevo preso atto che non eravamo più una coppia. Ne avevamo parlato fino allo sfinimento ma non capiva, erano lingue diverse quelle che parlavamo. Io rivelavo un amore che si era spento, lui un possesso sempre più rovente per me, per il bambino. Eravamo arrivati, Andrea si era addormentato, stanco delle corse per i prati, lo presi in braccio ed entrai in casa. Lo misi nel suo lettino, era caldo come un biscotto appena sformato. Tuffai il viso nell’incavo del suo esile collo, quante volte avevo pianto accanto a lui che dormiva beato e ignaro. E quanto coraggio avevo cercato in quel piccolo essere che era la ragione della mia vita. Nei momenti più bui avevo anche pensato alla morte con sollievo, ma ad una madre è negato anche questa estrema libertà.

La porta sbattè facendomi sussultare. Era entrato in casa, era arrivato il momento del chiarimento. Avevo paura. Una delle cause del mio disamoramento era stata proprio la sua aggressività, la rabbia che sempre scaricava su di me, capro espiatorio di ogni suo malumore. Mi tirai su dal lettino, chiusi la porta della cameretta e mi feci coraggio pensando che Andrea poteva svegliarsi, si sarebbe controllato.

“Sei una puttana, l’ho sempre detto che la tua è una razza di puttane e di ubriachi! Ma scendere così in basso, sotto gli occhi di tutti!Ti sei divertita eh!! Era eccitante sapere che io ero là a pochi metri mentre ti facevi sbattere da quell’imbecille?”

Zitta, Sara, non dire niente , resisti, tieni la tua boccaccia chiusa, fallo sfogare. Se apri la bocca è finita, ti mette le mani addosso e si sveglia Andrea.

Intanto che inveiva mi spintonava verso il muro. Chiudi la bocca chiudi gli occhi, è solo un incubo.

“Hai bisogno di emozioni forti per godere? Vuoi questo?” . Con un colpo mi lacerò la maglietta, segnandomi il collo. Non conoscevo quell’uomo che mi stava assalendo, non era il padre del mio Andrea, non c’era lo stesso sangue nelle loro vene.

“Non vuoi cara? Hai già fatto il tuo lavoro per oggi? Su da brava fai gli straordinari per quel cornuto di tuo marito.” Si era inginocchiato di fronte a me, forse crolla, resisti Sara è tutto finito, ora ti prendi Andrea e te ne vai. Improvvisamente mi prese le caviglie e mi tirò violentemente verso il basso.Sentii mancare l’appoggio da sotto i piedi, urlai.

Non so dopo quanto rinvenni , ero nuda sul letto e stavo tremando.

Lo scrosciare della doccia mi gettò nell’angoscia. Carlo era ancora in casa. Mi vestii in fretta, avrei preso Andrea e sarei andata via. Dove non lo sapevo, ma da qualche parte ci sarebbe stato posto per me, l’importante era fuggire da qui. Non feci in tempo a mettere in atto il mio proposito. Mi bloccò sulla porta con il bambino in braccio. “Dove credi di andare?”

“Me ne vado”

“Te sei libera di andartene, ma Andrea resta qui”

“ sei pazzo, Andrea viene con me “

“Scordatelo, rimettilo nel letto, non vedi che si sta svegliando!”

Non potevo permettere che il piccolo assistesse ad una scenata, per fortuna non si era accorto di quello che era successo. Lo portai di nuovo in camera e mi accasciai sul tappeto. Ero in trappola, sapeva che non me ne sarei mai andata senza il bambino, era la sua arma e lo sapevo bene. “Vieni di qua, dobbiamo parlare”. Mi alzai a fatica, solo ora mi rendevo conto delle conseguenze della caduta, ero tutta ammaccata. Ma non erano le ammaccature sulle spalle a preoccuparmi. Erano altri i lividi che non si sarebbero mai assorbiti. Mi sedetti all’estremità opposta da lui, pronta ad ascoltare la mia condanna alla prigionia eterna.

“ Ci sono due alternative, la prima è che te ne vai e non ti fai più vedere finchè campi, né da me nè dal bambino. Sei morta per tutti e sinceramente non me ne frega nemmeno niente di quello che farai. La seconda è che resti qui, ma le regole le faccio io e se sgarri una sola volta te ne faccio pentire.”

“Se io me ne vado come pensi di occuparti del bambino? Lascialo a me, lo potrai vedere quando vuoi, e crescerà tranquillo, con un padre e una madre. Ti prego Carlo, non ti far vincere dal risentimento!”

“Me la caverò, credi che sia un incapace, che non sia in grado di crescere un bambino? E te invece come pensi di cavartela? Sei sola, non hai un lavoro, non hai una famiglia alle spalle, pensi che ti mantenga io? Scordatelo! Chi credi che ti affiderebbe un bambino nelle tue condizioni? Sei a terra economicamente ed anche di testa! Vuoi che tiri fuori la storia della tua depressione? Chi affiderebbe un bambino ad una morta di fame perlopiù in analisi come te? Pensaci , non hai alternative”

Aveva ragione, un conto era una separazione civile, non avrei avuto chance in una lotta all’ultimo sangue. Non avevo risorse economiche, nè affettive a sostenermi.

Non volevo piangere, non dovevo dargli questa soddisfazione. Dovevo mostrare la donna forte che ero o perlomeno quella che volevo diventare.

Mi alzai e tornai in camera del bambino. Stava iniziando la mia agonia.

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Dovevo rendere conto al padre di mio figlio di ogni minuto, di ogni centesimo, di ogni chilometro, perfino di ogni sguardo. Anche quante docce facessi era motivo di sospetto. Ogni sera controllava il credito del mio cellulare e il conta chilometri dell’auto, spulciava il resoconto della bolletta del telefono di casa e mi chiamava continuamente perché non uscissi. Accompagnavo il bambino a scuola e tornavo a casa.

Aveva preteso di continuare a dividere lo stesso letto e la notte mi prendeva con cattiveria, ero una cosa sua da usare e ci teneva a farmelo capire. Ma io ero diventata brava, avevo imparato a scappare. Mentre le sue mani affondavano nella mia carne, io me ne andavo. Correvo incontro alle onde in una spiaggia oppure dietro a enormi farfalle iridescenti in un prato profumato.

Avevo provato a farlo ragionare, ma non ammetteva transizioni. Potevo andarmene ma senza il bambino. Senza Andrea sarei morta, tanto valeva morire accanto a lui.

Cercavo di mostrarmi serena con il piccolo ma non sempre ci riuscivo e anche lui era diventato taciturno e non capiva la tensione che stava soffocando la sua casa.

Una mattina mentre accompagnavo Andrea a scuola uscendo dalla rimessa rigai l’auto. Non era una grande cosa, ma sicuramente avrebbe innescato un’altra scenata.

Avevo subito offese e urla per molto meno, come quando dimentico accesa la lavatrice e la lavastoviglie e salta il contatore. Sono un’imbecille buona a nulla, capace solo di scopare con il primo venuto. Io allora sto zitta zitta e torno a correre dietro alle mie farfalle.

Come immaginavo il danno all’auto lo mandò in escandescenze. Non poteva fidarsi di me nemmeno per portare Andrea a scuola, un giorno o l’altro avrei ucciso suo figlio. Pretese che facessi la stessa manovra davanti a lui, per dimostrarmi che ero un handicappata.

“Ci passerebbe un autotreno! Come cazzo hai fatto a non vedere lo stipite? Avevi come sempre la testa fra le nuvole! A chi pensavi eh!”

Portai di nuovo dentro l’auto, fermandomi a mezzo metro da lui, la marcia ingranata e il piede sulla frizione. “Vieni avanti , cretina!”. Il mio piede sinistro si sollevò di colpo, come avesse una propria volontà. L’auto schizzo in avanti. Non vidi il suo sguardo. Io ho sempre la testa fra le nuvole.

Tre note di flicorno


Scendere in cantina da solo era stata una prova di coraggio. In minima parte perché era vietato dal babbo e in gran parte perché aveva una paura cane. Non l’avrebbe mai ammesso con nessuno di avere paura a scendere giù da solo ma evitava sempre di farlo. Quell’impicciona di sua sorella aveva capito qualcosa e lo prendeva in giro, ma lui negava con tutta la sua forza “ Non ci vado perché non ho voglia!!!” urlava con arroganza. Meglio essere prepotente e sfaticato che fifone, questa era la filosofia di Tommaso. Sollevare la pesante anta del baule con il rischio di schiacciarsi le dita fu un’ulteriore prova.” Piccolo ma forte!” sghignazzava mettendo sotto nella lotta la sorellona impicciona. Ed anche con il baule ebbe la meglio, riuscì ad aprirlo e ad appoggiare l’anta al muro senza fare il minimo rumore. Sembrava il baule dei pirati, due maniglioni di ferro ai lati e le serrature di ferro sul davanti. Che si era perso a non scendere mai in cantina! Diede inizio alla scoperta dei tesori, ammucchiando tutto intorno a lui. Scatole di lettere, vecchi vestiti, un pupazzo strapazzato e senza faccia, vecchie riviste legate con una corda, una specie di cappello nero da carabiniere …..per ora niente di interessante. Solo il baule appartenuto a chissà chi pirata e tanta polvere che gli imbiancava i vestiti e gli solleticava il naso. Così si sarebbe preso anche uno scapaccione per essersi impolverato tutto, la mamma diceva che non faceva altro che lavare i suoi panni. Mica era vero, c’era la lavatrice!

Le sue manine toccarono qualcosa che al tatto sembrava diversa dai cenci e dalla cartaccia tirata fuori fin’ora. Era una cosa fredda e dura. Tommaso cominciò a pregustare la sorpresa e velocemente tirò fuori il suo bottino. Era una tromba. Ma non una tromba di quelle di cartone del carnevale e nemmeno quelle di plastica che vendono alla fiera. Era una tromba vera. Era tutta ammaccata e il colore d’oro era quasi scomparso lasciando il posto a delle macchie arancione, tanti foruncoli tra le ammaccature. Era del nonno, ora Tommaso ricordava. La nonna gli aveva raccontato che suonava nella banda. Il cappello! Non era da carabiniere, era il cappello della sua divisa. Lo recuperò e se lo mise in testa , ma questo scivolò inesorabilmente fino al naso. Tommaso se lo tirò su e riuscì a farlo stare in equilibrio sulla sua piccola testa. La nonna non parlava di tromba, si chiamava in un altro modo. Un nome strano che non riusciva a ricordare. Riprese in mano lo strumento guardando dentro la campana come se fosse un binocolo. Era un nome che assomigliava al rinoceronte…… CORNO!!! Ecco come si chiamava, anzi flicorno. Nonna Livia gli aveva raccontato con orgoglio che tutti dicevano al nonno Tommaso ( si chiamava come lui) “ Maso come suoni bene la tromba!!” e lui rispondeva “Ignoranti, questo è un flicorno non una tromba!!”

Tommaso alzò lo strumento mimando un suonatore. Ma mancavano anche due tasti, e se pigiava gli facevano male i polpastrelli. Poi puzzava di muffa. Un po’ schifato ma deciso a provare, se la portò alle labbra. Uscì una pernacchia. Poi un’altra. Forse era meglio rimettere tutto a posto e salire. Il flicorno e il cappello li avrebbe portati con se, erano il suo bottino.

Non passò giorno che Tommaso non soffiasse nel suo flicorno e le pernacchie diventavano sempre meno brutte fino a quando come per miracolo uscì un suono piacevole.DOOOOO Pigiò l’unico tasto di madreperla e uscì un altro suono leggermente diverso.FAAAAAA Incurante del fastidio al dito procurato dall’altro tasto mancante , fece un ‘altra nota ancora.MIIIIIII Tre note di flicorno per oggi potevano bastare.Forse non era nato un musicista ma di sicuro un grande amore. Un amore che sarebbe durato tutta la vita.

La scommessa


Era stato tutto così caloroso, i loro amici avevano organizzato una splendida festa. Addirittura si erano procurati degli abiti medioevali, l’avevano vestita di tutto punto, sistemata su una specie di trono in cima ad una scalinata e costretto Giacomo in ginocchio a suonare una romantica musica. 25 anni. Erano passati 25 anni dal suo matrimonio con l’uomo che le stava dormendo accanto.

Valeria si allungò soddisfatta nel letto e abbracciò Giacomo che ancora dormiva beato dopo aver fatto tardissimo alla festa. Dopo tutte le notti che avevano passato vicini ancora le piaceva svegliarsi per prima ed aspettare che lui aprisse gli occhi nel rituale risveglio.

Aderiva al suo corpo, il petto contro la sua schiena. Prima lui si contorceva, poi mugolava pieno di sonno, infine si girava, ormai sveglio, e ricambiava il suo abbraccio. Certo, non c’era più la passione dei primi anni, ora forse il sentimento che li univa assomigliava di più alla tenerezza. Ma c’era ancora tanto amore, un amore alimentato in tutti quegli anni dall’amicizia che li aveva legati all’inizio, da interessi comuni ma anche dal rispetto per i rispettivi spazi.

Si erano conosciuti in un modo un po’ originale e quanti dubbi prima di accettare la scommessa del matrimonio.

Valeria tornò ventiquattrenne reduce da una bella delusione d’amore. In un momento di sconforto si era messa a leggere gli annunci personali su un giornale ed uno l’aveva colpita. Rispose un po’ per gioco, un po’ per rompere il cerchio di apatia e solitudine che si stava chiudendo intorno a lei. Per 3 anni aveva regalato ogni pensiero, ogni emozione, ogni minuto libero a Paolo. Poi lui aveva preferito fare un’altra strada e lei era rimasta sola. Non aveva voglia di cercare i vecchi amici, raccontare, spiegare, fare i “mea culpa” per essersi dimenticata di tutti.

Amici nuovi, una vita nuova, ecco quello che ci voleva, non farsi prendere dalla malinconia. Rispondere ad un annuncio! Perché no? Aprì una casella al fermo posta, così non avrebbe dovuto dare il suo indirizzo. Scrisse la sua prima lettera, poi la cestinò. La riscrisse e la cestinò di nuovo. Alla fine riuscì a spedirla.

Passarono 20 giorni. Si era ormai scocciata di andare tutte le mattine all’ufficio postale per aprire la cassettina che trovava inesorabilmente vuota. Anche questo colpo di testa della corrispondenza era diventata un nuovo motivo di tristezza e di delusione, alla fine del mese avrebbe riconsegnato le chiavi.

Quella mattina la gola nera della cassettina metallica era schiarita da una busta bianca. La prese vergognandosi un po’ e velocemente la cacciò nella borsa. La ignorò volutamente per tutto il giorno, solo la sera a casa, la prese tra le mani. La osservò attentamente prima di aprirla. Il numero della patente e la sua città spiccavano in blu sul bianco della busta. I caratteri erano un po’ allungati ma chiari e precisi. Anche il francobollo si faceva notare, era un emissione speciale. Prese un coltello e l’aprì lentamente, la lentezza dei gesti le faceva assaporare la prossima lettura, intensificando la sua emozione. Che scema che era! Tutta questa attesa per due parole di un perfetto sconosciuto, che magari stava a mille chilometri da lei, era antipatico, ignorante e sicuramente anche brutto.

Cominciò così. Giacomo non stava troppo lontano, non era ignorante e antipatico e nemmeno poi così brutto. Le lettere si moltiplicarono e dopo qualche mese sapevano ogni cosa l’uno dell’altra. Fin dalle prime settimane era nata un intesa, oggi si direbbe un feeling, particolare. Con i limiti causati dal non frequentarsi, avevano comunque imparato a conoscersi, a sapere leggere uno dentro all’altra. A volte succedeva che le loro lettere si incrociavano e si trovavano a leggere le solite osservazioni, i soliti pensieri. Si mettevano d’accordo e leggevano il medesimo libro, poi lo commentavano in lettere senza fine, sottolineando i soliti passi. La tenera amicizia stava diventando giorno dopo giorno un tenero amore, nonostante l’incognita di non essersi mai visti, a parte una foto in bianco e nero. Valeria non aveva parlato con nessuno di questa strana storia, ma le si leggeva in faccia che c’era qualcosa di nuovo nella sua vita. La mattina arrivava in ufficio allegra e frizzante, aveva abbandonato il muso lungo degli ultimi mesi. I colleghi curiosi cercavano di indagare, sbirciavano dalla finestra se c’era qualcuno ad aspettarla all’uscita dall’ufficio. Ma non riuscirono a scoprire chi era l’uomo che aveva ridato il sorriso a Valeria.

Dopo chili di carta decisero di incontrarsi. Erano 7 mesi che si scrivevano ed era l’ora di conoscersi. In quei giorni capitò nello studio dell’avvocato dove Valeria lavorava, una signora. Era una grafologa che faceva delle perizie per il tribunale. Era molto socievole e, nell’attesa di parlare con l’avvocato, si intrattenne con Valeria. Con tutta la carta che aveva nel cassetto alla ragazza venne in mente di chiederle di dare un’occhiata alla grafia di Giacomo. Gli avrebbe fatto una sorpresa, un regalo per il loro incontro: una valutazione professionale della sua calligrafia. Orgogliosa dell’idea originale, chiese alla signora se poteva farlo. Lei accettò con gentilezza, tanto doveva ripassare dallo studio e avrebbe ritirato il foglio con la grafia da vedere.

L’analisi la ricevette per posta, pochi giorni prima della data fissata per l’incontro.

Parlava di un uomo sicuramente intelligente, con molti interessi, doti anche artistiche. Sorrise mentre leggeva, queste cose le sapeva, brava però la grafologa! Il sorriso si trasformò in una piccola smorfia.

L’analista la stava mettendo in guardia, parlava di una personalità determinata che amava predominare sugli altri, mossa anche da interessi fuori dai canoni normali. Alla ragazza venne in mente che Giacomo le aveva parlato di una sua passione per le cose strane, misteriose e inspiegabili. L’aveva chiamato esoterismo. Insomma la grafologa diceva che poteva esercitare su di lei un influenza negativa, addirittura subdola, e la invitava a non subire troppo il fascino di questo amico. Le lacrime le offuscavano gli occhi, il timore le offuscava la mente e Valeria non riusciva a mettere a fuoco i concetti, le emozioni. Come in quelle mattine autunnali piene di nebbia dove vedi solo sagome e non riesci a distinguere quello che è effettivamente davanti a te, le parole diventavano ombre sfuggenti nella mente della ragazza.

La parola occultismo sostituiva esoterismo. Plagio sostituiva amore. L’amore con il quale si era cullata in questi mesi, che l’aveva scaldata, che l’aveva fatta sentire forte, sicura del suo domani. Che l’aveva resa bella, luminosa, cordiale. L’amore che l’aveva fatta sentire unica e speciale.

Mancava così poco all’appuntamento. Fidarsi del suo istinto o di quella scienza che sicuramente non era esatta?

Lei era stata sempre brava a capire le persone, fin da ragazzina anche i suoi si erano fidati della sua capacità di saper scegliere gli amici, ma la storia con Paolo aveva minato la fiducia in se stessa. Non sapeva cosa fare.

Parlarne con qualcuno? Cercare di approfondire con la grafologa? In questo caso avrebbe dovuto rivelare cosa c’era dietro alla sua corrispondenza, ma che figura avrebbe fatto? No, il suo orgoglio non glielo permetteva. Perse il conto delle volte che lesse l’analisi cercando tra le righe parole rassicuranti.

Effettivamente la dottoressa le diceva che non esiste un metodo scientifico per conoscere le persone. Chiuse tutto nel cassetto, andò a letto.

L’indomani si svegliò decisa. Prese l’analisi grafologica e la gettò nel cestino. Aveva deciso di vivere. La vita ha i suoi rischi e lei era decisa a correrli.

domenica 14 ottobre 2007

La prova d'amore

Seduto vicino al termosifone, in una delle prime sere d’inverno , Alberto se ne stava imbacuccato sotto innumerevoli coperte, sembrava un’araba con il burqa. Prima non soffriva mai il freddo, poi Genova è una città dove il freddo vero non esiste. Da quando era costretto all’immobilità lo prendeva dentro, un freddo che non era solo quello dovuto alla stagione che potevi vincere con una stufetta accesa, ma un ghiaccio che si estendeva alle viscere, al cervello. Stringendosi il plaid addosso con la mente ripercorreva il passato,sperando di scaldarsi al calore dei ricordi. Si susseguivano immagini passate,non la gioventù, ma i primi tempi della pensione, quando aveva ceduto il negozio di stoffe. La cessione dell’attività aveva permesso al gruzzolo accumulato in una vita di lavoro di crescere e, nonostante la magra pensione di commerciante, lui e Marisa potevano permettersi una vita tranquilla. I primi tempi fecero dei viaggi importanti, posti che quando erano giovani non era nemmeno immaginabile raggiungere. Poi piccole cose, passeggiate sul lungomare, qualche fine settimane in riviera. Una volta aveva persino portato Marisa al casinò a San Remo. E come si era divertita! All’inizio non c’era verso di farla entrare, quando le chiesero i documenti diventò rossa come un peperone. Invece si divertì, quando la pallina si fermò sul suo numero saltellava come una bambina davanti all’uovo di Pasqua!Fu quella sera che ritornando verso l’albergo si confidarono la loro fortuna. Non avevano problemi economici, qualche acciacco ma ancora stavano bene, la loro figlia era sistemata, potevano ora godersi lo scampolo di vita che gli restava. Quanti loro coetanei potevano dire altrettanto?A conferma della loro buona sorta tirarono in ballo conoscenti e parenti. I fogli strappati dal calendario si erano stesi su di loro, seppellendoli prematuramente. Erano morti tenuti in vita dai progressi della medicina e, se non erano malati, dal rancore e dall’acidità. Marisa si fermò di colpo, prese le mani di Alberto tra le sue e disse “ Promettimelo che non diventeremo così, che sapremo fermarci prima”.

Alberto cercò di svicolare, di cambiare discorso, ma non ci riuscì. Marisa continuò: “ Facciamoci questa promessa ora che siamo in condizioni di poterlo fare…… Quello di noi due che resterà “vivo” non permetterà che la vecchiaia umili l’altro, che la malattia gli tolga ogni dignità, promettimelo Alberto, promettilo” . “Si Marisa, te lo giuro” Le mani dei due si strinsero forte, mai erano stati così consapevolmente vicini.

Era venuto il momento di tener fede alla promessa? Era questa certezza che gli dava i brividi di freddo?

Il momento era arrivato da tempo, ma Alberto aveva nascosto la promessa in un angolino del suo cervello ancora così lucido nonostante gli 88 anni. Come mai stasera tornava così prepotentemente fuori?

Non ce la faceva più nemmeno lui, ecco perché. Erano due anni oramai che a causa dell’artrite era confinato su una sedia a rotelle. Quando stava bene pensava lui a Marisa che si era ammalata poco dopo il viaggio a San Remo. Ora dovevano dipendere per tutto dagli altri. Il bell’appartamento che era stato il loro guscio, la solida barca dove si rifugiavano nel mare della vita, ora era stato invaso. Si avvicendavano continuamente persone estranee, infermieri, medici, il personale delle pulizie.Avevano dovuto prendere anche una persona fissa in casa, una ecuadoriana, per non pesare troppo sull’unica figlia. Lei aveva la sua famiglia, il lavoro, era giusto così, non poteva rinunciare alla sua vita per accudire i genitori. Ma la loro era vita? Con questo interrogativo che turbinava nella sua mente, Alberto chiamò la ragazza dicendo che voleva andare a letto. Era un operazione che cercava di rimandare il più a lungo possibile. Non amava essere svestito, lavato, messo a letto come un bambino. Marisa anche il pannolone doveva tenere, ma per fortuna non se ne rendeva conto. O forse si?

Dopo la pietosa operazione era finalmente a letto, ma non riusciva a prendere sonno. Durante la notte lentamente, come un sogno che bussa piano alle porte del sonno, si andava formando un idea, un piano. La mattina tutto si svolse tranquillamente. Si alzò alla solita ora, ma volle che la ragazza alzasse anche Marisa. Alcuni mesi fa si era rotta un femore, come se non bastasse, e restava perennemente a letto. La fece mettere nella poltrona davanti alla finestra, le spalle alla

porta. Disse che voleva leggerle il giornale e vicino alla finestra c’era più luce. Dopo un po’ che leggeva il quotidiano alla ignara compagna chiamò la ragazza che li assisteva e gentilmente le chiese se poteva andare in edicola, il giornale era troppo tetro, voleva una rivista, un settimanale. La ragazza acconsentì, uscire non le dispiaceva, almeno avrebbe ripulito i polmoni dall’aria pesante che regnava perennemente nell’appartamento.

Alberto in breve preparò tutto, il rotolo di nastro adesivo di quello alto era nel cassetto di cucina, le compresse per dormire sopra il suo comodino. Mancava solo la corda. Vuotò un paio di cassetti e trovò anche quella. Tagliò una grossa striscia di nastro adesivo, non avrebbe sopportato di sentirla gridare, e le fu alle spalle. Marisa era debole, già faticava a respirare, non ci volle molto. Tornò in cucina e preparò un mucchietto di compresse. In quel momento squillò il telefono. Fece l’errore di rispondere, era la figlia

Grazia. Grossi lacrimoni cominciarono a scivolare sulle gote, balbettò qualche cosa di inconcludente.

In breve Grazia fu in casa e lo trovò al tavolo di cucina che piangeva silenziosamente, lo sguardo perso.