Racconti dietro l'angolo
venerdì 26 dicembre 2008
Per Betti
Quando parlava di sua figlia si illuminava come succede a tutte le mamme ma forse lei si illuminava un po' di più.
All'inizio ci siamo trovate cordialmente antipatiche, poi ci siamo conosciute meglio e siamo diventate interessanti l'una per l'altra ed abbiamo avuto voglia di conoscerci ancora di più.Il lavoro, la famiglia non ci hanno permesso di frequentarci ma la pensavo spesso.
Quando mi hanno detto che si era sentita male e che il problema era grave è stata una mazzata. Ho pensato alla sua bimba che ha l'età della mia, che ha già perso il babbo e che ora rischiava di perdere anche la mamma. La rivedo quella sera della spizzata che mi diceva ridendo della sua mole : Non mi guardare ora prima ero una f.... sennò come mi sarei presa un uomo come il mio"
E questo uomo le è stato vicino fino in fondo, così mi hanno raccontato. L'ha accompagnata per mano prima durante la chemioterapia per il cancro al seno, poi durante questa ultima mazzata finale. E' banale lo so, ma non posso fare a meno di chiedermi se Dio esiste perchè permette che una ragazzina di 12 anni resti senza padre e senza madre. Perchè una donna così piena di vita, di progetti, che nonostante tutto quello che le era capitato aveva ancora voglia di ridere e guardava con fiducia la futuro, domani sarà sotto un metro di terra.
Ciao Betti, mi porterò dietro la gioia di averti conosciuta e il dolore di averti perso senza aver potuto consocerti meglio. Ti voglio bene.
lunedì 10 marzo 2008
Mandelieu Menton 2004

“ Se ce lo avessero fatto fare per lavoro, sicuramente avremmo fatto sciopero, occupato l’azienda, fatto una serrata etc etc”. Con queste parole ho ringraziato i componenti della mia banda dopo questa, fisicamente e psicologicamente, massacrante trasferta francese.
Già dall’inizio della settimana le cose erano cominciate male, un paio di ragazze avevano dato forfait, ad un trombone ferroviere annullate le ferie per la malattia dei colleghi. Un'altra tutti i familiari malati e non sapeva a chi lasciare i bambini. Ed io a rifare il piano delle camere d’albergo, rimesso in discussione dopo ogni “Non posso venire”. Poi il pensiero del padre di Marco, il nostro Presidente e primo trombone. E soprattutto mio carissimo amico. Stava molto male e Marco era combattuto tra il bisogno di stare con il padre e il dovere di stare con la sua banda. Ed io , impotente, non sapevo cosa consigliare. La consapevolezza che se lui non fosse venuto tutte le responsabilità sarebbero ricadute su di me. Il francese ci avrebbe pagato? E la cena? Ci avrebbe dato la cena come convenuto? E l’impresario di Menton si sarebbe arrabbiato perché a sua insaputa eravamo stati a Mandelieu? Ad aumentare la mia angoscia arriva un fax, le majorettes devono essere alte,mature ma non troppo, magre e tres joli! Mi sento persa, e che siamo alle finali di Miss Italia? Ma lo sanno loro che le majorettes sono una razza in via d’estinzione da proteggere come i ghepardi della savana? Hanno una vaga idea di quante ragazzine bruttine sono poi sbocciate come il brutto anatroccolo della favola?
Marco decide di non venire e la sveglia delle 5 mi trova ancora persa nelle mie mille preoccupazioni. Arriviamo all’orario convenuto e il pulman ancora non c’è. Mi torna subito in mente un paio di anni fa, dovevamo andare alla Rai e il pulman non arrivò, telefonavamo e ci inventavano una scusa dopo l’altra. Fummo abbastanza svegli da capire l’antifona e a salire in macchina e andare a Roma. Roma è a 150 chilometri. Mentone no. Ecco il pulman, meno male un motivo di panico in meno. Stranamente sono tutti puntuali e riusciamo a partire in orario con il mastodontico pulman a 80 posti. A ruota la nostra Cenerentola, il furgone Ducato di anno imprecisato, carico di strumenti. Non siamo ancora in Liguria che Susanna comincia a sentirsi male. Ci fermiamo, sembra stare meglio e ripartiamo. Un centinaio di chilometri e sta di nuovo male, prova a salire con suo marito sul Ducato, forse è il pulman a causarle forti dolori di stomaco. Dopo un po’ chiamano al telefono, hanno deciso di fermarsi al pronto soccorso di Savona. Davanti ai miei occhi sfilano le immagini del pronto soccorso di una città, seppur piccola, di sabato mattino. Mi prende il panico, gli strumenti sono tutti sul ducato e se forano una gomma, se restano bloccati da un incidente, cosa facciamo? Fortunatamente devo ricredermi sulla sanità ligure, tempo mezzora hanno fatto tutto e ci raggiungano nell’area di sosta dove ci siamo fermati per il pranzo. Comincio a tranquillizzarmi, ora deve andare tutto bene, statisticamente deve andare tutto liscio. Arriviamo a Cannes con un ora di ritardo sulla tabella di marcia, quindi l’ora di riposo che avevo calcolato va a farsi friggere. Mi consegnano le chiavi dell’albergo in una cassetta e comincio a consegnarle avvantaggiata dalla mia rooming list preparata precedentemente (due notti di lavoro). Il primo che mi dice “cambiami la camera” lo stendo. Tutti prendono le chiavi docilmente e silenziosamente. Telefono all’impresario francese. La vocina registrata mi dice naturalmente in francese che il numero non esiste. LO SAPEVOOOOO!!!! Ho preso una fregatura. Il tanto temuto bidone eccolo qui. Mi soccorre la mia amica francese che ha approfittato dell’occasione per venirmi a trovare. Legge il numero e mi fa notare che ha il prefisso internazionale come se telefonassi dall’Italia, basta che tolga lo 0033 e monsier Frank risponde che arriva subito. Riprendo fiato.
Arriva Frank accompagnato da un italo francese che almeno risolve il problema della lingua. Ci accompagnano a Mandalieu dove troviamo un’altra banda (ma dove li ho visti questi qui?). Ci dicono di suonare fino alle 18,30 poi quando passeranno i carri dobbiamo accodarci al corteo. Il dvd di Isaia, ecco dove li ho visti! Mi avvicino all’altra banda e gli dico che li ho visti nel dvd della festa di Lonate. Il ghiaccio è rotto e ci accordiamo di suonare un brano per uno, anziché 15 minuti ciascuno come ci avevano detto. Parte la Roncaglia M.B. tutti allineati perfettamente. Che invidia quelle file belle dritte! E che suoni puliti! Noi spariamo Hot Stuff, a tutto volume. Siamo un po’ caciaroni, le file fanno schifo, qualche nota delle trombe forse è un po’ troppo sopra le righe, ma il pubblico applaude. Quando partono le percussioni con il solito giro ritmico la gente batte le mani con noi e canta la melodia dello xilophono. C’è una coppia di persone anziane che ci guardano ammirati. Alla fine del corteo, incuriosita dal fatto che ci hanno seguito per tutta la sera, gli porgo un nostro depliant, pensando che fossero italiani e che ci avessero seguito per “amor di patria”. La signora comincia a snocciolarmi un fiume di parole in francese, e solo dal sorriso capisco che sono complimenti.
Ci sono diversi gruppi, gli sbandieratori di Alba, una banda cecoslovacca con le majorettes fatte con lo stampino ( ma dove le trovano tutte uguali e per di più belle?) e i carri di mimosa. La mimosa è il mio fiore preferito, a casa mia le ha stroncate tutte la neve ed ora che bello vederle fiorite!
Finisce la festa, l’impresario mi paga ( un pensiero in meno) e mi dice che sicuramente ci richiamerà. Ci accompagnano al self service spiegandomi che ci sono i pasti pagati per 270 persone. La fila è enorme, mi rendo conto che nessuno controlla. Chiunque può mangiare e passare per uno di una banda, quasi nessuno indossa la divisa. Noi siamo gli ultimi, e se fossimo il n. 271 e mi portano il conto? Anche questa va bene, ed anche gli ultimi riescono a mangiare. Sono le 22,30.
Rifletto che stranamente nessuno ha avuto da ridire sul fatto che cenavamo ad un ora così tarda e nemmeno sulla scarsa igiene del locale. Qualcuno ha riso dicendo che ha dovuto appoggiare il pane su un Tempo, visto che i vassoi erano sprovvisti di tovaglietta e il tovagliolo era in fondo al self service. Siamo tutti stanchi e silenziosamente rientriamo in albergo. Per me ancora non è finita, devo andare a salutare l’impiegato italiano che mi ha aiutato per le prenotazioni. Lavora in un albergo vicino, della stessa proprietà di dove alloggiamo noi e fa il turno di notte. Mi faccio accompagnare dalla omnipresente Antonella e recupero il vino che gli ho portato. Le bottiglie sono integre, il cartone no, poco male. Ci accoglie calorosamente, ma perchè all’estero se parliamo la stessa lingua siamo tutti amici e in patria ci scanniamo per un parcheggio? Vuole offrirci un caffè, propongo una camomilla, per oggi ho fatto il pieno di eccitanti naturali. Niente camomilla.
Ci consiglia di portare il nostro ducato dentro il parcheggio dell’albergo, non è consigliabile lasciarlo fuori. Chiamo Nazzareno al cellulare e scopro che ha lasciato Irene in camere da sola e che lui è a chiacchiera da qualche parte. Provo altri due o tre numeri, non risponde nessuno. Finalmente risponde Davide, promette che si occuperà del furgone. Torniamo in albergo, nessuno si è occupato del Ducato, quindi riparte Nazzareno. Verso mezzanotte riusciamo a spengere al luce. Mi aspetta un’altra notte insonne, ormai lo so, quando cambio letto non dormo mai.
sabato 27 ottobre 2007
BRICIOLE

“Vien qua Pichino” bisbigliò con la voce dura a mascherare la tenerezza dell’intenzione lo zio Santi. Il piccolo Gino si acquattò furtivamente sotto il tavolo e il vecchio zio gli diede qualche pezzettino di carne. Gino non era un cane ma il più piccolo dei 12 bambini di casa Ginetti. Lo zio Santi era il fratello del nonno, un omone robusto con due baffi alla Stalin e la testa rasata a zero. Gino, che era uno scricciolo tutto orecchie e ossa spigolose, osservava incantato questo vecchio orco buono. La mattina, anche in pieno inverno, si gettava la brocca dell’acqua in testa e con un unico gesto, accompagnato da un sonoro grugnito, si passava la mano dalla nuca al mento.
Erano 26 in tutto e al momento di mangiare si seguiva la rigida regola patriarcale. Prima mangiavano gli uomini, seduti intorno al lungo tavolo. Le donne sbocconcellavano intorno al focolare, le più volte senza nemmeno sedersi, poi toccava ai ragazzi grandicelli, quelli in grado di aiutare nei campi. “Datemi un pochino d’olio!” a volte osava chiedere qualche ragazzo ma la risposta era sempre la stessa “L’olio fa veni’ i grolli!”. Un po’ perché non era lecito rispondere ad un adulto, un po’ perché i mocci al naso ce li avevano i più piccoli, nessuno insisteva nella richiesta.
I più piccoli, i cittini, erano gli ultimi. Gino se non trovava qualcuno che gli allungava qualcosa, spesso e mal volentieri, faceva il digiuno. Mangiare a sufficienza, anche a scapito degli altri, era il fine di tutti. Chi andava al mercato riusciva a far la cresta sulla spesa e a riportare un paio di acciughe che venivano nascoste in camera nel canterano. Ma il puzzo e il continuo andirivieni tradivano la furberia. E allora erano liti furibonde.
Eravamo negli anni 50, nelle città giravano le automobili e ci si riprendeva dalla guerra. In campagna ancora si andava a dormire nel soppalco con le foglie di tabacco appese sopra il letto.
I Ginetti erano contadini che venivano dalla Misericordia, vicino Castiglion Fiorentino, e come tutti i mezzadri lavoravano per il boccon di pane. Il resto era del padrone. Ogni anno il capoccia si recava in bicicletta ad Arezzo a fare i conti con il Papini, il padrone. Ma i conti non tornavano mai e si chiudevano sempre a debito per i contadini e il debito lievitava di anno in anno come la pasta del pane chiusa nella madia.
L’unica era arrangiarsi un po’, vendere le uova per esempio. Oppure sottrarre un maialino appena nato.
Una volta una scrofa partorì 10 maialini e a Fernando non sembrava giusto ingrassarli tutti per quello strozzino del Papini. Appena svezzato ne nascose uno. Ma andò male. Il Papini fece il conto della miscela che prendevano per i maiali e si insospettì. Controllò a tappeto la proprietà e scoprì il maialino nascosto in un piccolo stabbio ai confini del campo. Rischiarono di essere cacciati dal podere, li salvò il fatto che erano vicini alla mietitura e difficilmente il padrone avrebbe trovato da sostituirli.
Con le uova andava meglio ed erano buona merce di scambio. Quando i ragazzi andavano a scuola potevano ogni tanto barattare una coppia d’uova con un panino con la mortadella, oppure con una manciata di spiccioli per comprare la carta e l’inchiostro. Ma che vergogna se suonavano quando la bottegaia li scuoteva vicino all’orecchio! I cittini diventavano rossi fino alle orecchie. I grandi erano più smaliziati. Quando si cominciarono a vedere i biliardini a turno rinunciavano alla colazione e gli spiccioli dell’uovo venivano utilizzati per giocare al calcio balilla.
Un’altra furberia era di fingersi malati. L’uovo sbattuto era la cura di ogni indisposizione , ma spesso la malattia si chiamava fame.
Gino cresceva, ma era sempre il più piccolo, oggetto di angherie e dispetti. In casa c’era una sola bicicletta e a lui non toccava mai. Gino smaniava per poterla provare, se la sognava la notte. Lui con il berrettino con la visiera come Bartali che tagliava un traguardo immaginario in fondo alla discesa di casa sua.
Venne una grande nevicata e nessuno pensò di prendere la bicicletta con quel freddo e le scarpe sfonde. Erano rimasti tutti in casa intorno al focolare, nemmeno gli uomini erano andati nei campi. Era il suo momento, ora o mai più si disse Gino. Si coprì meglio che potè e corse incontro alla sua avventura. Partì a rotta di collo per la stradina che portava al paese, incurante del freddo che gli sferzava le orecchie a sventola e gli intirizziva i diti. Nella neve si andava che era una bellezza ma non era nemmeno a metà della discesa che la corsa si interruppe rovinosamente. Il telaio della bici si era spaccato, inesorabilmente e definitivamente spezzato.
Con i due monconi di ferro , uno per braccio Gino si incamminò a capo basso verso casa, consapevole del danno causato. Temeva una dura punizione invece il padre attaccò la bicicletta rotta in cima alle scale. Ogni volta che Gino entrava in casa si trovava davanti il triste trofeo della sua pedalata. Fernando non gli rivolse la parola per 6 mesi, il tempo necessario ad acquistare un'altra bici di seconda mano.
Appena in grado di andare in giro da solo Gino fu mandato a badare i maiali. Li seguiva con un giunco in mano e finalmente poteva sfogarsi delle prepotenze subite dai cugini sulle chiappe rosa dei maiali. Doveva stare attento che non entrassero nei campi coltivati, altrimenti avrebbero razziato tutto, poi al tramonto riportarli a casa. Uno degli uomini li avrebbe rimessi negli stanzini puzzolenti e lui era libero. In genere i maiali stavano in gruppo, bastava non perdere di vista la lezza massa ondeggiante e il più era fatto. Un pomeriggio invece un maiale si allontanò e Gino se ne accorse ormai arrivato a casa. “Disgraziato!!! Mangiapaneatradimento! Hai perso un maiale!!!ora il tu’ babbo t’ammazza! Sei un bono a niente!” Lo zio s’accorse a colpo d’occhio che mancava un maiale e, toltogli di mano il giunco, cominciò a corrergli dietro sferzandolo sulle gambe. Fino a quando il maiale non fu ritrovato fu costretto a girare per i campi alla ricerca del fuggitivo. E la ricerca durò parecchie ore a suon di frustrate sulle gambe. La domenica quando tutti i ragazzi vennero lavati nella stalla, Gino non voleva spogliarsi davanti agli altri. Le gambe erano a strisce, cangianti dal rosa intenso al viola. Il bagno veniva fatto nella stalla che era il posto più caldo della casa. Una grande tinozza veniva riempita di acqua calda e a turno si immergevano i ragazzi, in ordine di nascita, per poi asciugarli sfregandoli energicamente con un lenzuolo di tela grezza, tessuto in casa. Quando toccava a Gino l’acqua ormai era fredda e sporca e, se erano in vena di dispetti, c’erano anche un paio di pisciate.
Una volta lavati tutti per non sprecare l’acqua tiepida, se non era troppo nera, si metteva in ammollo il bucato.
Difficilmente i ragazzi di campagna andavano a scuola finite le elementari. In casa Ginetti ci aveva provato solo Tullio osteggiato da tutti. Quando si stancò di essere chiamato bighellone per il tempo che passava sopra i libri anziché sui campi, si arruolò in marina. Partì che aveva 15 anni e i pantaloni corti. Tornò con la barba, la divisa ed il diploma in tasca.
Quando il padre ritenne che la preparazione scolastica di Gino fosse sufficiente lo mandò a lavorare in un macello al paese.
La paga consisteva in una cartata di carne la domenica, carne che spesso era polmone e frattaglie ma tanto faceva sangue lo stesso.
Il padrone di Gino non era di quelli che si chiamano onesti. Se capitava non si faceva scrupolo di acquistare a prezzi stracciati bestie morte per poi macellarle e rivenderle in città.
La voce probabilmente si era sparsa e fecero dei controlli. Gli ispettori dell’ufficio igiene vennero al macello e li trovarono proprio mentre macellavano un “santantonio”. Il padrone smaliziato gli aveva spezzato i denti, per poi dire che la bestia era caduta e morta accidentalmente. L’ispettore ironizzò” Ma vi capitano spesso bestie che si rompono l’osso del collo?”
“Ma no!! Per fortuna moiono di rado in questa maniera!!” rispose pronto il macellaio. Al che l’ingenuo Gino esclamò “ E tutte quelle teste seppellite nel retro?”.
Gli ispettori disseppellirono una quantità di teste di santantoni . Sospesero la licenza al macellaio infliggendogli una multa salatissima e decretarono la fine della carriera di Gino come apprendista macellaio.
Fernando, il babbo di Gino, era un uomo tranquillo, vizi non si potevano avere, non c’erano i soldi per mantenerseli. La domenica si concedeva una variazione alla sua giornata di lavoro. Dopo pranzo inforcava la bicicletta e andava un paio d’ore a Cesa a giocare a carte con gli amici. Un caffè, un vinsanto erano la posta in gioco. Tornava verso le 5 in tempo per governare gli animali.
Il Papini informato mandò a chiamare Fernando che dovette andare ad Arezzo anche se non era il tempo dei conti.
Dopo 20 chilometri di pedalate non gli fu offerto nemmeno un bicchier d’acqua. Il Papini lo ricevette nello studio, protetto da un enorme scrivania di noce massello e alle spalle un altrettanto enorme crocefisso che penzolava dal muro.
“Ho saputo che trovi il tempo per andare al bar” esordì subito il padrone, “i mi’ contadini non hanno tempo da perdere e se ce l’hanno non sono òmini che fanno per me”.
Mentre Fernando tornava a casa giurò a se stesso che sarebbe stata l’ultima volta che andava a Arezzo dal Papini.
Nel 68 grazie alla pensione dello zio Santi, ai ragazzi che avevano cominciato a lavorare in fabbrica, alla famiglia che si era assottigliata , Fernando riempiendosi di debiti comprò una casa a Cesa. Anche lui trovò lavoro in fabbrica insieme ai figli. Invece il Papini non trovò nessuno disposto ad andare a mezzadria nel suo podere.
Vendette per qualche milione il podere a dei tedeschi convinto di fare un affare.
Oggi c’è un agriturismo con la piscina e il campo da tennis.
Solitudine
La signora era rimasta in disparte mentre l’uomo aveva acquistato i biglietti d’ingresso per il museo civico.
Era un piccolo museo, non c’erano opere così importanti da giustificare la gita di qualche scolaresca, tantomeno la ressa dei turisti.
Entrarono insieme nella prima saletta deserta, senza sfiorarsi, senza rivolgersi parola.
Lui era piuttosto alto e vestito in maniera sportiva, tradiva la sua età per via dei capelli completamente bianchi. I pantaloni di taglio giovanile, i capelli schiariti dalle meches bionde facevano apparire la donna molto più giovane, ma erano coetanei.
Si fermarono, sfiorandosi quasi inavvertitamente le spalle, davanti ad un quadro e solo dopo essersi accertati che nella sala non c’era nessuno, si guardarono.
- Finalmente ti rivedo! – sorrise l’uomo prendendole le mani – ma perché hai voluto che ci incontrassimo qui?
- Ho cercato di spiegartelo al telefono, la città è piccola, conosco tanta gente. Ho pensato che fosse improbabile che incontrassi gente conosciuta al museo. Sicuramente è meno compromettente.
La donna era imbarazzata e non riusciva a tenere fermo lo sguardo in quello del suo compagno. Non era una ragazzina ma era emozionata come se lo fosse. Del resto era il suo primo appuntamento, il suo primo appuntamento clandestino. E quella storia così surreale.
Mesi prima aveva ricevuto una telefonata, un vecchio compagno di scuola che grazie ad un diario e ad un numero di telefono vecchio di 30 anni, era riuscito a ritrovarla. Era cominciata così, con la curiosità di risentire un vecchio amico. Una telefonata a cui erano seguite altre, fino a diventare un appuntamento quotidiano. Fino a farle battere il cuore quando era ormai convita che il suo cuore non volesse più nessuna emozione.
- Come è andato il viaggio? Hai avuto problemi in casa?
- No no tutto tranquillo. Sono preoccupato per te, se ci fossimo incontrati in un’altra città sarebbe stato meno rischioso per te.
- Non sono mai andata da nessuna parte da sola, non posso cominciare a farlo a 50 anni. Vedrai andrà tutto bene, poi Sandro cosa facciamo di male?
- Che bello questo quadro. Anche te portavi i capelli lunghi. Ma non eri così triste. Eri una farfallina svolazzante. Ed io ero così timido che non ho mai avuto il coraggio di dirti quanto mi piacevi.
Le mani che finora si erano solo sfiorate, ora erano allacciate con la forza di quella dichiarazione tardiva.
- eri proprio uno stupido! L’unico ragazzo che mi interessava nemmeno mi guardava. Allora si che civettavo con gli altri. Poi ti sei trasferito e ….. Sandro?sei sempre convinto?
Sandro si voltò per abbracciarla e lei finalmente riuscì ad alzare lo sguardo e continuò – non assomiglio più alla ragazza del quadro.
- Hai ragione, non gli somigli, poi quella è una ragazza e te sei una donna. Sandro si avvicinò al cartellino per leggere il titolo dell’opera. “ solitudine” . Poi te non sei più sola.
QUEL MALEDUCATO DEL SIGNOR ROSSI
QUEL MALEDUCATO DEL SIGNOR ROSSI
“Via dei ciclamini 419, non dovrebbe essere troppo lontana. Speriamo di riuscire a trovarla, ho in tasca la piantina della città, male che vada guardo quella”
Il signor Rossi camminava con passo spedito, fermandosi agli incroci per controllare il nome della via. Stava pensando all’incontro fatto poco prima con il signor Ferri, il suo vicino di casa. Ferri lo aveva salutato cordialmente come sempre e lui non aveva risposto al saluto. Doveva risolvere questa questione quanto prima.
Il signor Rossi era un signore di mezza età, piccolo e robusto. Era avvolto in un pesante cappotto tenuto chiuso sul collo da una sciarpa, il cappello calcato sulle orecchie. La corporatura robusta e l’abbigliamento veramente troppo pesante per quella mattina di metà aprile lo rendeva goffo e ridicolo e non pochi passanti si voltavano a guardare quell’ometto che boccheggiava come un pesce.
Si avvicinò ad un vigile, come a voler chiedere qualcosa, ma poi sembrò ripensarci e scappando proseguì per la sua strada. Il sole stava scaldando l’aria e Rossi un po’ per l’abbigliamento un po’ per il passo spedito stava cominciando a sudare. Rivoletti di sudore scendevano dalla fronte e , senza fermarsi, se li asciugava con un fazzolettone a quadri.
Non riusciva ad orientarsi, non era mai stato in quella parte della città. Negli anni in cui lavorava percorreva a piedi il tragitto casa ufficio. Erano solo due isolati e se li faceva sempre a piedi, sotto la pioggia o sotto il sole. Non gli andava di stiparsi in un tram pieno di gente, ad inalare gli odori corporei degli occasionali compagni di viaggio, né tanto meno essere contaminato dai microbi che si moltiplicavano in quel mezzo chiuso e puzzolente. Lui ci teneva alla propria salute, non toglieva mai la maglia di lana, estate e inverno lo accompagnava come una seconda pelle. Nonostante tutte le sue buone abitudini era preoccupato per la sua salute.
Finalmente ecco via dei ciclamini, affrettò il passo calcolando mentalmente dove era il numero 419.
Lesse la targa in ottone e con un sospiro di sollievo entrò nell’edificio. Salì le scale stanco della camminata ma senza osare toccare lo corrimano delle scale. Entrò nello studio, si tolse finalmente il cappello e si accasciò sfinito in una sedia. Trascorsero una decina di minuti prima che il dottore si affacciasse nella sala d’aspetto. “Il signor Rossi?” chiese e quando questo annuì lo invitò ad accomodarsi. “Mi dica” chiese il medico con voce professionale. Il signor Rossi tolse di tasca un taccuino e scrisse – Ho perso la voce. -
Ultimo
Ogni mattina si chiedeva se finiva il suo turno di lavoro o se lo cominciava. Ancora non aveva ben chiari i ritmi della sua vita, era notturna o diurna?
Gli avevano spiegato che il suo non era un compito di vitale importanza anche se, dalla sua presenza, dipendeva la sicurezza personale del capo.
Durante il turno di notte non vedeva molta gente, nonostante questo le ore passavano in maniera piuttosto agitata. In certi momenti di calma giaceva tranquillo poi di colpo il capo lo schiacciava con la sua invadente presenza. Stava di nuovo per rilassarsi e su di colpo sobbalzava, scosso come da un uragano per venir di nuovo stropicciato dal capo. Dopo una di queste notti si alzava nervoso e dritto come un soldato sull’attenti. Non bastavano una doccia, un massaggio più o meno energico, ormai la sua giornata era rovinata. Apparentemente se ne stava tranquillo, quasi sopito, ma un alito del boss era sufficiente per tornare inviperito. E pensare che il capo un tempo ci teneva a lui e ai suoi colleghi. Erano rimasti veramente in pochi ed ultimamente si era rassegnato a fare a meno della loro presenza. Anni prima aveva speso una fortuna per cercare di fidelizzarli, ma uno per volta se ne erano andati quasi tutti. Ultimo invece era tosto, forse era quello spirito ribelle che lo teneva ancora lì. Sempre con quell’aria di sfida, ma abbarbicato al capo come la gramigna. Ma cominciava a perdere colpi, era depresso, nuovi arrivi non c’erano e quelli che se ne andavano non venivano più rimpianti.
All’inizio quando uno lasciava l’incarico, veniva salutato con rispetto, rimpianto per giorni e giorni. Ci si chiedeva il motivo, si erano consultati esperti per capire il perché di un abbandono in massa. Invece ora c’era la rassegnazione e non c’era peggior stimolo di un capo rassegnato.
Presto se ne sarebbe andato anche Ultimo. Un colpo di pettine un po’ più forte ed anche il più vecchio, il più tosto dei capelli sarebbe sceso giù per il lavandinoUN FREDDO ADDIO
Durante la mia vita ne ho viste di cotte e di crude, ma non per questo mi sono abituato all’indifferenza e alla maleducazione. Porte sbattute in faccia sono state all’ordine del giorno, fin quando ero bambino. Anzi la prima porta sbattuta me la sono presa che ero ancora in fasce e quello non è stato che l’inizio di una serie di prepotenze e maltrattamenti. E se qualche volta, dopo un litigio, l’aria si surriscaldava ho ricevuto anche qualche pedata, per non parlare dei graffi. No, non è stata una vita facile la mia. Qualcuno mi suggeriva la diplomazia, mi spiegava che non serviva a niente prenderla di punta. Ma io sono fatto così, dovrei essere freddo, razionale invece mi faccio trasportare dall’ardore, dall’energia che scorre nelle mie vene. A volte ho provato ad essere scostante, staccato, ma dopo un po’ mi sciolgo dalla tristezza. Gli altri invece di comprendere la mia ansia, di mostrarmi il loro affetto, la loro comprensione, mi attaccano peggio di prima. Poi le chiacchiere che hanno fatto sul mio conto. Anche la diffamazione ho dovuto subire! Sono un po’ imbarazzato a raccontare questo fatto. Ma ormai sto per andarmene e voglio sfogarmi. Dicevano che puzzavo. Si, avete capito bene PUZZARE. Non hanno mai capito che non ero io a puzzare ma tutte quelle schifezze che mi davano. Arrivavano, una botta alla porta senza nemmeno salutare, lasciavano un pacchettino che poi immancabilmente dimenticavano per giorni e giorni. Poi magari venivano a riprenderselo e se non lo trovavano preciso come lo avevano lasciato erano offese e accuse nei miei confronti. Non li ho mai capiti, davvero. Ultimamente sono caduto anche in depressione, non faccio che piangere. Litri di lacrime che si accumulano in fondo a quel cassetto che è il mio cuore. Quel cuore trasparente e immacolato che pensavo dovesse riempirsi solo di cose fresche, invece ha ricevuto solo marciume.
Ho sempre cercato di dare il meglio di me, a volte ho soddisfatto le aspettative, altre no . Ma vi giuro che ce l’ho messa tutta e quando le cose non hanno funzionato non è stata sempre colpa mia. Come quella volta che la signora ha voluto cambiare posizione. Io lo sapevo che l’avrei delusa, ma lei ha voluto che mi mettessi lì, appoggiato al termosifone. In quelle condizioni, che prestazione puoi pretendere da un frigorifero di 15 anni?