sabato 28 febbraio 2026

I GIOIELLI DI FAMIGLIA

Era un po’ che ci pensavo ed ora, invogliata dal picco della quotazione dell’oro, mi decido a prendere la
scatola dei gioielli, per fare una scelta delle, seppur in metallo prezioso, cianfrusaglie inutilizzate, regali
di battesimi e comunioni di cui non ricordo più né mittente né destinatario.
Non uso mai i miei tesori, sono nascosti in anfratti casalinghi e diventa sempre un problema recuperarli,
poi da quando mi dedico alla creazione di bigiotteria artigianale, ho gioielli di ogni colore e fattezza da
abbinare a qualunque outfit, come si dice adesso.
Insieme alle cianfrusaglie, che sono più di quello che ricordavo, riemergono dalla scatola altri oggetti e
mi ritrova seduta sul letto, a mettere ordine non solo sui gioielli, ma soprattutto sui ricordi.
C’è il mio anello di fidanzamento, un bracciale rigido che negli anni 80 andava molto di moda, ci sono
le famose campanelle che mi sono costate 40 anni di mancati regali da parte di mio marito, e tutto per
un malinteso e soprattutto per la distrazione maschile. Avevo indicato a mio marito nella vetrina del
gioielliere degli orecchini che mi piacevano e naturalmente lui prese gli orecchini sbagliati, appunto
delle campanelle che non mi sono mai piaciute e lo feci prontamente notare. E lui, altrettanto
prontamente, mi giurò che sarebbe stato l’ultimo regalo. 
Poi ci sono gli imponenti bracciali di mia nonna materna, che mi ricordano la sua corporatura robusta e
il carattere autoritario. In un bracciale c’è una medaglia con un santo sconosciuto, cerco di decifrare la
scritta ingrandendo una foto e scopro che la mia memoria fa cilecca. La medaglia non è di mia nonna
ma della sorella del nonno, la zia Nena, quella che si è sempre dichiarata vergine e si è fatta sotterrare
quasi novantenne con il vestito da sposa, che poi era da prima comunione viste le dimensioni ridotte
della zia, acquistato in tutta fretta da mia madre alla vigilia della sua prima chemioterapia. 
La zia aveva fatto la domestica una vita da un avvocato di Arezzo e si era guadagnata questa medaglia
della camera di commercio aretina con la dedica “premiazione lavoro e progresso economico 1964”.
Ora che progresso economico abbia portato la zia Nena facendo la domestica
non mi è dato di sapere. Quello che so è che fu mandata ragazzina a lavorare in città e per decenni mio
nonno non ha avuto sue notizie. Molto italianamente, l’avvocato avrà avuto degli agganci in camera di
commercio e ottenuto la medaglia che resta nella scatola dei gioielli. Pensavo che fosse di mia nonnache aveva lavorato una vita ai monopoli di stato ed era effettivamente una donna molto decisa, tant’è che il mio babbo la chiamava la “fattoressa”. Quando ho avuto tra le mani i documenti della sua casa, rimasi molto colpita che fosse intestata a lei, non a mio nonno o a tutte e due, ma solo a lei. La data di acquisto è dicembre 1947, mio nonno partì per l’Argentina solo l’anno dopo, forse l’acquisto sarà stato fatto con i soldi della dote e mio nonno correttamente l’ha intestata a lei, o forse la fattoressa avrà puntato i piedi, chissà...il mistero resta.
Ecco le fedi chianine, anzi il duplicato delle fedi perché quella originale l’ha mia sorella e visto che ci
tenevo molto l’ho fatta duplicare in due copie per le mie figlie. La fede chianina e il “vezzo “ di corallo le aveva ricevuti mia mamma dalla sua nonna penso perché unica nipote femmina. La famiglia di mia nonna erano piccoli coltivatori e la fede chianina è frutto di una tradizione rurale della valdichiana sopratutto aretina. Era un gioiello povero, dove l’oro è legato al rame, infatti ha un colore rossastro ed è impreziosita da piccole pietre, a volte perle di fiume, altre vetrini colorati. Dicono che venisse regalata dalla suocera alla nuora che entrava in casa e probabilmente la nonna Maria l’aveva ricevuta dalla suocera. Poi le tradizioni passano e l’aveva regalata alla mia mamma invece di regalarla alla nuora che pure era entrata in casa trovandola anche un po’ affollata. Oltre alla nonna Maria c’erano anche due cognati zitelli, lo zio Menco, che era il capoccia e la zia Checca. Sì, la tradizione del passaggio della fede era stata abbandonata , ma non il resto delle usanze contadine. Ricordo che spesso ci invitavano a pranzo, il lungo tavolo apparecchiato con la tovaglia di lino grezzo tessuta a mano, il servizio buono dei piatti, le tagliatelle tirate con le uova delle proprie galline e l’arrosto con gli animali allevati nell’aia di fronte casa. A capotavola lo zio Menco, alla sua destra il fratello minore poi gli ospiti cioè la mia famiglia e i nonni. Le donne di casa non si sedevano mai a tavola con noi ma sfaccendavano ai fornelli e ci servivano. Fino a quando il mio babbo non pose fine anche a questa tradizione, minacciando di non tornare più se non si fossero sedute a tavola anche loro. Lo zio Menco aveva avuto la poliomelite da bambino e faceva il sensale, conosciuto come Menco di Truffa, il che per un sensale, era tutto un programma. Credo che abbia posseduto il primo Sulky che si fosse visto a Foiano. La zia Checca non si era mai voluta sposare per restare accanto al fratello zoppo. Guardo i miei gioielli, ancora belli seppur vintage, e penso alle storie che mi hanno evocato, storie di altri tempi che, a differenza dei gioielli, sarebbero impensabili oggi.

Ripongo tutto nella scatola e mi rendo conto che non ho niente del mio ramo paterno, non ho nessun gioiello della mia amatissima nonna Gioconda, per tutti la Onda. La Onda rimase vedova nel 1960, aveva 43 anni, in eredità 3 figli poco più che adolescenti e un terreno su cui costruire una casa che ancora era solo nei loro sogni. Nel 1966 la casa era finita, doveva avere un solo appartamento dove stare insieme la nonna, il mio babbo, suo fratello e le rispettive famiglie. Il mio nonno materno, che aveva una piccola impresa edile, fu molto lungimirante e aiutandoli, fece sì che la casa avesse due appartamenti, uno per il mio zio e la nonna e uno per la mia famiglia. L’altra sorella delmio babbo, viveva a qualche centinaio di metri e lavorava nel maglificio di mio zio, nei fondi della nostra casa.  Eravamo 6 cugini, a parte la più piccola, nati nel giro di 2 anni e cresciuti  con la nonna Onda. Sarò retorica ma mi racconto che eravamo noi i suoi gioielli.


Nessun commento: