sabato 28 febbraio 2026

PERDERE UN'AMICA

 

Cara Livia

ti chiamo ancora e nonostante tutto “cara”, perché sappiamo quanto sia stato forte il legame che ci ha unito fin da piccole, ma ora siamo cresciute , le strade sono state segnate, le scelte fatte diverse ed ora è giunto il momento di mettere un punto.

Sono chiusa in camera da 3 giorni e non voglio vedere nessuno, tanto meno te, quindi non provare nemmeno a venire a casa mia. Al posto del cuore ho un blocco di ghiaccio che non so se e quando si scioglierà. Un blocco di ghiaccio che nella disperazione mi permette di essere lucida e distinguere il bene e il male, cosa che probabilmente non riesci a fare te.

In questi giorni di tormento ho davanti agli occhi non solo Carlo chiuso in quella cella, lui che cercava di tranquillizzare me, che mi rassicurava che lo avrebbero liberato appena chiarito la faccenda, che si preoccupava che portassi i panni puliti al forestiero ferito incarcerato insieme a lui e a Libero. No, ho davanti agli occhi anche il tuo Arturo, il tuo fidanzato che faceva finta di non conoscere me, di non conoscere Carlo, di non sapere che ragazzo generoso fosse, di quante volte lo avesse aiutato a districarsi in qualche faccenda, lui che aveva studiato ed era sempre pronto ad aiutare chi ne avesse bisogno. Per Arturo era più importante farsi bello con quel manipolo di delinquenti dei bergamaschi, fare il duro con la camicia nera. E io mi chiedo come puoi sopportare di esser toccata, accarezzata da quelle mani sporche di sangue, di essere baciata da quella bocca di traditore.

Sì, lo so, non è lui che ha sparato, non c’era lui nel picchetto che li ha fucilati nel piazzale, sporchi vigliacchi servi dei tedeschi. A lui, i bergamaschi facevano solo aprire la porta della caserma e riservare il compito di spia, di delatore di quelli che erano stati compagni di scuola, amici con i quali tirare un calcio al pallone o andare a caccia. Te lo ha detto il tuo Arturo che nessuno dei 3 si è fatto bendare, ma hanno guardato in faccia la morte, hanno guardato negli occhi i vili traditori di un paese che non so che fine farà.

Ricordi come eravamo felici l’8 settembre, quando alla radio abbiamo sentito l’annuncio dell’armistizio, pensavamo che fosse tutto finito, siamo scesi in piazza a festeggiare, facendo progetti per il futuro; io con Carlo , te con Arturo. Invece è stata l’ennesima illusione, il peggio doveva arrivare , ma non siamo più bambini e ognuno ha fatto le sue scelte. Chi ha scelto di stare dalla parte del più forte, dalla parte di un futuro assicurato, chi di stare dalla parte del giusto e dell’incerto. Te continuerai a fare progetti con il tuo Arturo, io continuerò a piangere Carlo che non so nemmeno dove è stato sepolto, senza una lapide dove dire una preghiera o portare un fiore. Sì, perché quei vigliacchi amici di Arturo, nemmeno i corpi hanno consegnato alle famiglie, ma solo i vestiti sporchi e una lettera, piena di scarabocchi della censura. Questo mi resta di lui e dei suoi sogni infranti. Il sogno di diventare medico come suo nonno, il sogno di vivere in un paese libero dove tutti siamo uguali.

Te sai quanto sia stata duro far accettare alle nostre famiglie il nostro fidanzamento. Sia a quella di Carlo, che volevamo una fidanzata alla sua altezza, nonostante fossero socialisti, io figlia di pastore non ero degna di stargli accanto. Sia alla mia che non si fidavano di Carlo, che avevano paura per me, che mi prendesse in giro approfittando di una cittarella ingenua, poi le voci di quella brutta storia in Sardegna dove suo padre era confinato. E ora è finito tutto. Anche la nostra amicizia, perché non voglio rivederti mai più. Non so quello che farò, Carlo avrebbe voluto che riprendessi la scuola e forse sarà quella la mia strada quando questa maledetta guerra sarà finita per poi andarmene e non rivedere mai più le vostre facce. La faccia di quella che chiamavo sorella e che invece si è tappata occhi e orecchie per non vedere e non ascoltare il male che aveva intorno.

Non ti auguro di provare la mia sofferenza, non ne sarei capace. La ruota gira e il futuro è incerto per me che sono rimasta sola ma anche per voi e questo mi basta.


Tosca


Bettolle, 12/06/1944


Questa lettera si riferisce ad un fatto storico, la fucilazione dei partigiani Carlo Grazi, Libero Sarri e Gabriele Antonini 8/06/44 a Foiano della Chiana ma la lettera è interamente frutto di fantasia




IL SEGRETO DI FAMIGLIA

 

“E' MEGLIO CHE NON LO DICI MAI A NESSUNO TRANNE CHE A TE STESSO. TUA MADRE CI MORIREBBE”

E con queste parole mio padre chiuse quello che probabilmente era stato il discorso più lungo della sua vita, almeno con me.

Senza un abbraccio, senza un mi dispiace, mi aveva tirato una bomba, anzi due, ignaro, o forse no, di quello che avrebbe causato. E non potevo nemmeno parlarne con mia madre, anzi con nessuno. Da qualche settimana c'era aria tesa in casa, mio padre doveva fare degli accertamenti medici, ma io non gli avevo dato troppa importanza preso da un esame che mi stava preoccupando, diciamola tutta, preso dalla mia vita di venticinquenne prossimo alla laurea e senza un minimo di progetti per il futuro. Un futuro che dopo le bombe, si prospettava ancora più in salita, a meno che non cancellassi quello che avevo appena saputo, o almeno la parte eliminabile.

Stava morendo. Cosa si prova quando tuo padre ti dice che non arriverà a Natale, che un cancro per troppo tempo ignorato, sta invadendo un organo alla volta e che non c'è più niente da fare? L'unica frase che sono riuscito a formulare è stata “la mamma lo sa?”, no mia madre ancora non lo sapeva. Lei, sempre ligia ai controlli, al limite dell'ipocondria, il calendario appeso alla parete fitto di appuntamenti e di promemoria per le medicine da prendere. E quando provava a coinvolgerlo “ Mauro devo prendere l'appuntamento dal cardiologo, vieni anche te? Mauro devo fare la colonscopia, la facciamo insieme?” la risposta era sempre la stessa “Io sto bene, te con tutti 'sti controlli porti iella, vacci te” e terminava la frase con un paio di corna sbattute in faccia a mia madre. Alla fine si è arresa in silenzio ma stamani ho scoperto che le corna non erano solo un gesto scaramantico. Ancora sconvolto per la notizia, mio padre mi spara l'altra bomba. Mi lascia in eredità una sorella, il segreto di famiglia che si porterà nella tomba e che io dovrò portare nella mia vita e tenere nascosto a mia madre. Non so da cosa sono più turbato, se dal fatto che a breve non ci sarà più mio padre o di scoprire che l'uomo tranquillo e apatico che conoscevo aveva un'altra vita. Una donna con la quale era affettuoso e cordiale, una figlia che coccolava e con la quale giocava. O forse no, forse un'avventura, un momento di follia e di cedimento alle regole che sembravano governare i suoi giorni. Una figlia da mantenere ma senza darle il nome, da crescere ma senza diritti. Ed ora passava la palla a me, alla mia coscienza di studente dal futuro incerto e altrettanta incerta eredità, affinché sapessi che c'era e che poteva aver bisogno di me.

Ed ora sono qui, chiuso in auto davanti ad un indirizzo che fino ad un giorno fa era sconosciuto, ad aspettare che da quella porta esca una donna con una bambina. E penso al me bambino che chiedeva inascoltato una sorellina.



I GIOIELLI DI FAMIGLIA

Era un po’ che ci pensavo ed ora, invogliata dal picco della quotazione dell’oro, mi decido a prendere la
scatola dei gioielli, per fare una scelta delle, seppur in metallo prezioso, cianfrusaglie inutilizzate, regali
di battesimi e comunioni di cui non ricordo più né mittente né destinatario.
Non uso mai i miei tesori, sono nascosti in anfratti casalinghi e diventa sempre un problema recuperarli,
poi da quando mi dedico alla creazione di bigiotteria artigianale, ho gioielli di ogni colore e fattezza da
abbinare a qualunque outfit, come si dice adesso.
Insieme alle cianfrusaglie, che sono più di quello che ricordavo, riemergono dalla scatola altri oggetti e
mi ritrova seduta sul letto, a mettere ordine non solo sui gioielli, ma soprattutto sui ricordi.
C’è il mio anello di fidanzamento, un bracciale rigido che negli anni 80 andava molto di moda, ci sono
le famose campanelle che mi sono costate 40 anni di mancati regali da parte di mio marito, e tutto per
un malinteso e soprattutto per la distrazione maschile. Avevo indicato a mio marito nella vetrina del
gioielliere degli orecchini che mi piacevano e naturalmente lui prese gli orecchini sbagliati, appunto
delle campanelle che non mi sono mai piaciute e lo feci prontamente notare. E lui, altrettanto
prontamente, mi giurò che sarebbe stato l’ultimo regalo. 
Poi ci sono gli imponenti bracciali di mia nonna materna, che mi ricordano la sua corporatura robusta e
il carattere autoritario. In un bracciale c’è una medaglia con un santo sconosciuto, cerco di decifrare la
scritta ingrandendo una foto e scopro che la mia memoria fa cilecca. La medaglia non è di mia nonna
ma della sorella del nonno, la zia Nena, quella che si è sempre dichiarata vergine e si è fatta sotterrare
quasi novantenne con il vestito da sposa, che poi era da prima comunione viste le dimensioni ridotte
della zia, acquistato in tutta fretta da mia madre alla vigilia della sua prima chemioterapia. 
La zia aveva fatto la domestica una vita da un avvocato di Arezzo e si era guadagnata questa medaglia
della camera di commercio aretina con la dedica “premiazione lavoro e progresso economico 1964”.
Ora che progresso economico abbia portato la zia Nena facendo la domestica
non mi è dato di sapere. Quello che so è che fu mandata ragazzina a lavorare in città e per decenni mio
nonno non ha avuto sue notizie. Molto italianamente, l’avvocato avrà avuto degli agganci in camera di
commercio e ottenuto la medaglia che resta nella scatola dei gioielli. Pensavo che fosse di mia nonnache aveva lavorato una vita ai monopoli di stato ed era effettivamente una donna molto decisa, tant’è che il mio babbo la chiamava la “fattoressa”. Quando ho avuto tra le mani i documenti della sua casa, rimasi molto colpita che fosse intestata a lei, non a mio nonno o a tutte e due, ma solo a lei. La data di acquisto è dicembre 1947, mio nonno partì per l’Argentina solo l’anno dopo, forse l’acquisto sarà stato fatto con i soldi della dote e mio nonno correttamente l’ha intestata a lei, o forse la fattoressa avrà puntato i piedi, chissà...il mistero resta.
Ecco le fedi chianine, anzi il duplicato delle fedi perché quella originale l’ha mia sorella e visto che ci
tenevo molto l’ho fatta duplicare in due copie per le mie figlie. La fede chianina e il “vezzo “ di corallo le aveva ricevuti mia mamma dalla sua nonna penso perché unica nipote femmina. La famiglia di mia nonna erano piccoli coltivatori e la fede chianina è frutto di una tradizione rurale della valdichiana sopratutto aretina. Era un gioiello povero, dove l’oro è legato al rame, infatti ha un colore rossastro ed è impreziosita da piccole pietre, a volte perle di fiume, altre vetrini colorati. Dicono che venisse regalata dalla suocera alla nuora che entrava in casa e probabilmente la nonna Maria l’aveva ricevuta dalla suocera. Poi le tradizioni passano e l’aveva regalata alla mia mamma invece di regalarla alla nuora che pure era entrata in casa trovandola anche un po’ affollata. Oltre alla nonna Maria c’erano anche due cognati zitelli, lo zio Menco, che era il capoccia e la zia Checca. Sì, la tradizione del passaggio della fede era stata abbandonata , ma non il resto delle usanze contadine. Ricordo che spesso ci invitavano a pranzo, il lungo tavolo apparecchiato con la tovaglia di lino grezzo tessuta a mano, il servizio buono dei piatti, le tagliatelle tirate con le uova delle proprie galline e l’arrosto con gli animali allevati nell’aia di fronte casa. A capotavola lo zio Menco, alla sua destra il fratello minore poi gli ospiti cioè la mia famiglia e i nonni. Le donne di casa non si sedevano mai a tavola con noi ma sfaccendavano ai fornelli e ci servivano. Fino a quando il mio babbo non pose fine anche a questa tradizione, minacciando di non tornare più se non si fossero sedute a tavola anche loro. Lo zio Menco aveva avuto la poliomelite da bambino e faceva il sensale, conosciuto come Menco di Truffa, il che per un sensale, era tutto un programma. Credo che abbia posseduto il primo Sulky che si fosse visto a Foiano. La zia Checca non si era mai voluta sposare per restare accanto al fratello zoppo. Guardo i miei gioielli, ancora belli seppur vintage, e penso alle storie che mi hanno evocato, storie di altri tempi che, a differenza dei gioielli, sarebbero impensabili oggi.

Ripongo tutto nella scatola e mi rendo conto che non ho niente del mio ramo paterno, non ho nessun gioiello della mia amatissima nonna Gioconda, per tutti la Onda. La Onda rimase vedova nel 1960, aveva 43 anni, in eredità 3 figli poco più che adolescenti e un terreno su cui costruire una casa che ancora era solo nei loro sogni. Nel 1966 la casa era finita, doveva avere un solo appartamento dove stare insieme la nonna, il mio babbo, suo fratello e le rispettive famiglie. Il mio nonno materno, che aveva una piccola impresa edile, fu molto lungimirante e aiutandoli, fece sì che la casa avesse due appartamenti, uno per il mio zio e la nonna e uno per la mia famiglia. L’altra sorella delmio babbo, viveva a qualche centinaio di metri e lavorava nel maglificio di mio zio, nei fondi della nostra casa.  Eravamo 6 cugini, a parte la più piccola, nati nel giro di 2 anni e cresciuti  con la nonna Onda. Sarò retorica ma mi racconto che eravamo noi i suoi gioielli.